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A chi serve l’infotainment?

Reading Time: 6 minutesL’infotainment non serve al pubblico. Serve a chi lo produce. Dalla televisione alla radio commerciale: un’analisi di chi ci guadagna davvero — e di cosa si perde nel processo.

Maurizio Costanzo conduttore televisivo, simbolo del talk show e dell'infotainment italiano

By Birillo253 - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40308985

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La domanda ha una risposta precisa. È solo che quasi nessuno la dice.

Se la fai in giro, ottieni le solite risposte: l’infotainment “abbassa la soglia d’accesso all’informazione”, “porta le notizie dove non arriverebbero altrimenti”, è un male necessario in un sistema mediatico che deve fare i conti con l’audience. Risposte vere, tutte. E tutte comode, perché spostano l’attenzione dalla domanda che conta davvero: l’infotainment produce qualcosa di concreto nel mondo reale?


Le Iene contro Report: il banco di prova

Prendiamo il caso italiano più evidente: Le Iene contro Report.

Le Iene sono brave. Sono brave a costruire storie, a creare tensione emotiva, a farti sentire che stai assistendo a qualcosa di importante. Il problema è quello che succede dopo. Finita la puntata, finita quasi sempre anche la pressione. Le storie de Le Iene vivono del picco emotivo del momento, e il picco emotivo del momento, per definizione, dura un momento.

Report lavora con una logica completamente diversa. Documenti originali, fonti verificabili, diritto di replica reale. È giornalismo che potrebbe stare su carta, la televisione è il mezzo, non l’essenza. E quando Report fa centro, succedono cose concrete: indagini della magistratura, dimissioni, qualche normativa che cambia. Non sempre, non spesso ma in misura molto superiore a qualsiasi altro format televisivo italiano.

Il confronto è impietoso. Le storie de Le Iene sono spesso vere, il problema è che il loro format è costruito per farti sentire che le cose stanno cambiando. Report è costruito per cambiarle. La differenza è tutta nella sostanza.


A chi serve davvero: la risposta che si evita

Qui sta il punto che di solito si evita di dire chiaramente.

L’infotainment non serve al pubblico. Serve a chi lo produce.

Crea audience fidelizzata attraverso il coinvolgimento emotivo. Genera pubblicità. Costruisce brand giornalistici riconoscibili con un posizionamento di rilevanza pubblica che vale moltissimo, in termini economici, in termini di potere simbolico, in termini di relazioni con la politica. Questo non è un giudizio morale. È una descrizione strutturale di come funziona il sistema.

C’è anche un paradosso che pochi vogliono ammettere: l’infotainment è diventato necessario per finanziare il giornalismo serio che sopravvive dentro le stesse redazioni. Report esiste perché la RAI esiste, e la RAI esiste anche grazie a format molto meno seri di Report. È una sussidiarietà interna imbarazzante ma reale.


Il pubblico: cittadini senza esserlo davvero

Il pubblico, in tutto questo, ottiene qualcosa di psicologicamente preciso: la sensazione di essere cittadini informati e moralmente vigili, a costo bassissimo di tempo e fatica cognitiva. L’infotainment vende l’esperienza emotiva della giustizia senza dover produrre giustizia reale. Ti fa sentire indignato, partecipe, attivo. Poi cambi canale.

È un bisogno reale, quello che l’infotainment intercetta: le persone vogliono sentirsi parte di una conversazione pubblica, vogliono avere un’opinione, vogliono che qualcuno faccia qualcosa. L’infotainment raccoglie quel bisogno e lo esaurisce invece di trasformarlo in qualcosa di più.

Il danno più sottile è un altro: si erode la percezione di cosa meriti attenzione sostenuta. Quando tutto viene confezionato con ritmo, conflitto e risoluzione emotiva, il pubblico perde l’abitudine — e poi la tolleranza — per i formati che non promettono queste cose. Un’inchiesta lunga, un saggio, una seduta parlamentare diventano insostenibili per mancanza di allenamento, prima ancora che di interesse.


Il caso italiano: il relativismo da palinsesto

In Italia il meccanismo ha una specificità ulteriore.

Il talk politico ad alta conflittualità, da Giletti a Vespa, con tutte le varianti intermedie, ha normalizzato l’idea che la verità sia sempre contesa, che su ogni questione esistano due lati equivalenti. Questo relativismo da palinsesto ha prodotto una cultura del dibattito pubblico dove la competenza non ha più un valore intrinseco riconoscibile. Tutti i punti di vista sembrano egualmente legittimi perché tutti hanno avuto uguale spazio televisivo.

È l’eredità più pesante: la corrosione del concetto stesso di competenza. La semplificazione è antica quanto la comunicazione pubblica, questo è altro. Il virologo e il no-vax seduti sullo stesso divano, trattati dalla regia con la stessa grammatica televisiva, hanno lo stesso peso per chi guarda. Il medium ha costruito quella equivalenza, e il pubblico l’ha assorbita.

Umberto Eco e gli imbecilli da bar: una citazione usata male

È il momento in cui si cita di solito Umberto Eco, quella dichiarazione del 2015 sugli imbecilli da bar a cui internet aveva dato voce. La citazione è giusta, ma viene quasi sempre usata nel verso sbagliato. Eco rimpiangeva i filtri di prima. Il problema è chiedersi chi gestiva quei filtri. La risposta è: esattamente il sistema televisivo che l’infotainment aveva già svuotato dall’interno. Il talk show politico italiano aveva costruito l’equivalenza tra competenza e opinione molto prima che arrivasse Facebook. Internet ha democratizzato un modello che la televisione aveva già normalizzato. Gli imbecilli da bar sono un prodotto di lungo periodo dei media vecchi. Quelli nuovi li hanno solo amplificati.”.


La radio commerciale: lo stesso meccanismo, budget più bassi

La radio commerciale ha replicato lo stesso meccanismo con strumenti più economici. Lo speaker lancia un tema, quasi sempre preso da ciò che già circola in rete, invita il gruppo WhatsApp dell’emittente a commentare, e rimanda in onda i vocali più rappresentativi. Sembra partecipazione. È produzione di contenuto esternalizzata all’ascoltatore a costo zero, confezionata dallo speaker, venduta all’inserzionista come prova di community viva.

Il tema non lo sceglie la redazione. Lo sceglie l’algoritmo di qualcun altro. La radio raccoglie ciò che già gira e ci costruisce sopra un’ora di diretta. Il commissario tecnico della nazionale, il virologo improvvisato, l’esperto di geopolitica del martedì, sono gli stessi personaggi del talk televisivo, con un microfono e un gruppo WhatsApp al posto dello studio.

Basta guardare i palinsesti delle principali radio commerciali italiane per capire che il template è ovunque lo stesso: coppia o gruppo di conduttori, mix di musica e chiacchiera, oroscopo, giochi, interazione con gli ascoltatori. Il morning show ,la fascia più ascoltata, quella che forma l’umore della giornata, è progettato esplicitamente per non disturbare. Il drivetime del rientro replica la stessa logica, con l’aggiunta dell’irriverenza come valore dichiarato. Cambia il nome dei conduttori. Il resto è identico.. È un formato costruito per accompagnare. E passa senza lasciare traccia.

C’è anche un altro aspetto che vale la pena nominare. Le stesse radio commerciali producono quello che chiamano podcast: quasi sempre repliche di programmi già andati in onda, interviste registrate in studio, rubriche semplicemente caricate su Spotify. Contenuti nati con la stessa logica di una diretta lineare e riconfezionati con una nuova etichetta. Un podcast vero è altra cosa: nasce per quel formato, ha una struttura narrativa propria, esiste indipendentemente dalla radio. Chiamare podcast una replica è come chiamare film una puntata del telegiornale registrata

Un pubblico in estinzione

Vale per tutti i media commerciali. E tutti stanno parlando allo stesso pubblico: quello formato negli anni ’90, fratelli minori a loro volta della generazione del riflusso e della Milano da bere, un’epoca che aveva trasformato il disimpegno in estetica e il consumo passivo in stile di vita. Quel pubblico esiste ancora, è fidelizzato, risponde ai vocali, cambia canale col telecomando.

I più giovani no. Chi negli anni ’90 non era ancora nato, o era troppo piccolo per essere formato da quella televisione e da quella radio, è altrove. Non ha scelto un medium alternativo, ha scelto un rapporto diverso con i contenuti, frammentato, verticale, senza mediatori tradizionali. La radio commerciale e la TV generalista non sono nel loro orizzonte nemmeno come qualcosa da rifiutare. Semplicemente non esistono.

Il sistema sta ottimizzando con grande energia per un mercato in estinzione.

La stessa deriva, in musica

Il meccanismo non riguarda solo l’informazione. È parte di una deriva più lunga, che questo progetto editoriale segue da più angolazioni.. Marco Stanzani, CEO di Red&Blue esperto di music relation e del rapporto tra musica e industria digitale, lo ha messo a fuoco con precisione in un post del 22 aprile 2026: siamo passati dal disco al mood, e dal mood al caos totale. Un tempo un artista pubblicava un album e il pubblico lo ascoltava dall’inizio alla fine, nell’ordine pensato dall’artista, con le canzoni che avevano un senso, una storia, un percorso. Poi è arrivato lo streaming, e con lui la playlist emozionale: non ascolti più un disco, ascolti un algoritmo che ha deciso che oggi sei triste.

Il risultato, come nota Stanzani, è che l’artista oggi non scrive più canzoni, scrive “playlist compatibility”. Il suo obiettivo non è finire in classifica, ma finire in “Relax & Unwind“: essere invitato al tavolo dei grandi, ma per non parlare. È la vittoria definitiva del non disturbare applicata alla musica: un suono che non chiede attenzione, non pretende emozioni, non rischia nulla. La stessa logica dell’infotainment, accompagnare invece di interpellare, scivolare invece di fermare, ha conquistato anche la colonna sonora della vita quotidiana.

Il paradosso che Stanzani individua è lo stesso che attraversa questo articolo: mentre tutti parlano di intelligenza artificiale e di futuro, la musica viene progettata per essere ascoltata senza pensarci. La tecnologia più sofisticata al servizio del non disturbare.

Eppure, scrive Stanzani, ogni tanto succede qualcosa di miracoloso: una canzone colpisce davvero, ferma, parla, ricorda che la musica non è nata per fare da sottofondo ma per stare di fronte. Ed è lì che si capisce cosa gli algoritmi non potranno mai fare: sorprendere davvero.


Conclusione

La risposta, alla fine, è questa.

Serve al sistema mediatico per sopravvivere in un mercato dove l’informazione pura non si regge economicamente. Serve ai conduttori e alle reti per costruire posizionamento e potere. Serve al pubblico per sentirsi cittadini senza doverlo essere davvero.

Serve a tutti, insomma. Tranne che alla cosa di cui dovrebbe occuparsi.