Sanremo, il direttore artistico è un mestiere televisivo
Reading Time: 4 minutesPer il 2027 il direttore artistico del Festival di Sanremo si affianca uno staff di direzione musicale guidato dal manager dei Måneskin. La carica nasce dentro la RAI, passa agli impresari dello spettacolo, viene assorbita dalla conduzione televisiva e restituisce oggi la scelta delle canzoni all’industria. Dal ripescaggio del 1967 alle firme sotto contratto editoriale delle edizioni recenti.
Foto di ThisisEngineering su Unsplash
Una carica che delega la propria materia
Per l’edizione del 2027 del Festival di Sanremo, Stefano De Martino è conduttore e direttore artistico. Accanto a lui la RAI ha collocato uno staff di direzione musicale guidato da Fabrizio Ferraguzzo.
La motivazione arriva dall’azienda. William Di Liberatore, della direzione Prime Time, ha spiegato che la scelta delle canzoni e degli ospiti non verrà affidata a una sola persona, che il lavoro sarà corale, e che si sta ragionando su competenze, ruoli e separazione delle funzioni per evitare sovrapposizioni.
Come descrizione di una carica, quella spiegazione dice che il direttore artistico del Festival della canzone italiana ha bisogno di qualcuno che gli diriga la parte musicale.
Quando una funzione delega la materia che le dà il nome, la sua definizione si è già spostata altrove.
Come ci si è arrivati
La successione della carica racconta il percorso meglio di qualsiasi commento.
Nelle prime edizioni la direzione artistica appartiene a Giulio Razzi, dirigente dei programmi radiofonici della RAI. Il Festival nasce come prodotto dell’emittente e la scelta sta dentro l’azienda.
Dalla fine degli anni Cinquanta la funzione passa agli operatori dello spettacolo. Ezio Radaelli, Gianni Ravera, Vittorio Salvetti, Gianni Naso, Adriano Aragozzini organizzano concerti e manifestazioni, trattano con le case discografiche, conoscono il mercato. Sono figure discutibili quanto vuoi, con interessi propri e conflitti evidenti, e restano comunque gente che lavorava con le canzoni.
Dal 1994 la direzione artistica comincia a coincidere con la conduzione, con Pippo Baudo. Negli anni successivi la carica oscilla: torna a musicisti in due occasioni, con Pino Donaggio, Giorgio Moroder, Mauro Pagani, Luis Bacalov, Sergio Bardotti, e passa poi a una gestione manageriale.
Dal 2015 l’oscillazione finisce. Carlo Conti, Claudio Baglioni, Amadeus, ancora Conti, De Martino: il direttore artistico è il conduttore. In tutta questa fase Baglioni resta l’unico che venga dalla musica.
Nel 2027 la carica si sdoppia, e la parte musicale esce dalle mani di chi porta il titolo.
Chi riceve la delega
Il profilo di Ferraguzzo è quello dell’industria. A&R di Sony Music Italy, direttore musicale di X Factor per sei anni, manager dei Måneskin, cofondatore di un polo produttivo milanese, votante ai Grammy.
La competenza di Ferraguzzo è fuori discussione. Quello che conta è la direzione del movimento. La selezione musicale del Festival torna a chi opera dentro la filiera che porta gli artisti al Festival, cioè dentro il sistema che quel palco dovrebbe misurare. Chi produce e gestisce artisti contribuisce a scegliere quali artisti salgono, e il punto in cui la gara si decide arretra di conseguenza.
Il precedente sta nel 1967
Questa configurazione ha una data di nascita documentata.
Alla diciassettesima edizione, quella in cui “Ciao amore, ciao” di Luigi Tenco viene esclusa dalla finale, la commissione di ripescaggio è composta dal direttore artistico della manifestazione Gianni Ravera, dal regista televisivo Lino Procacci e da due giornalisti della RAI. A essere ripescata è “La Rivoluzione”, testo di Mogol, uno dei brani costruiti secondo la linea editoriale che quello stesso anno prometteva una protesta addomesticata, la Linea Verde.
Chi produceva lo spettacolo decideva chi restava in gara. Sessant’anni dopo lo stesso meccanismo si distribuisce su più tavoli e prende il nome di lavoro corale.
La stessa filiera, dall’altro capo
Ferraguzzo arriva alla direzione musicale del Festival dopo sei anni alla direzione musicale di un talent televisivo. Il vincitore di Sanremo Giovani del 2026 arriva da un altro talent. Le case discografiche pescano da quei programmi, quei programmi selezionano su criteri televisivi, e il Festival certifica il risultato.
Sulla gara che si decide altrove era intervenuto Marco Stanzani, che quel filtro lo attraversa ogni giorno per conto degli artisti che promuove.
Il percorso di un artista italiano che voglia arrivare all’attenzione passa oggi per tre stanze, e in tutte e tre siede la stessa filiera. In nessuna delle tre la domanda riguarda cosa quell’artista abbia da dire.
Quello che resta al direttore artistico
Tolta la scelta delle canzoni, la funzione conserva la costruzione dello spettacolo: il ritmo delle serate, la scaletta, gli ospiti, la gestione del pubblico televisivo, la trattativa sulla scenografia e sulla regia. Sono competenze reali, e De Martino le possiede.
Il punto riguarda il nome della carica. Chiamare direzione artistica del Festival della canzone italiana un ruolo che governa un contenitore televisivo mentre la musica viene amministrata altrove significa aver accettato che la canzone sia il materiale e lo show il prodotto.
L’industria che vive di musica ha costruito le condizioni per cui la musica conta meno di ciò che le sta intorno. Il peggior nemico della musica resta l’industria musicale.
Cosa guardare adesso
Nei prossimi mesi due cose diranno se lo sdoppiamento del 2027 è una correzione o una ratifica, e puoi verificarle da solo quando il cast sarà noto.
La prima riguarda i nomi: quanti fra i ventiquattro brani in gara verranno da artisti che nessuna delle tre stanze aveva già selezionato.
La seconda riguarda le firme. Nel 2026 i brani dei trenta Big portavano centosette autori, record per le edizioni a trenta concorrenti, e una sola interprete su trenta aveva scritto per intero la propria canzone. I nomi ricorrenti erano tre: Edwyn Roberts con tre brani, Federica Abbate e Davide Petrella con due ciascuno. Abbate e Petrella scrivono sotto contratto editoriale con Universal Music Publishing, e il contratto riguarda le canzoni invece degli interpreti, quindi le loro firme compaiono su brani di artisti che incidono per tutte le major.
Finché la scrittura resta un servizio, il Festival certifica un catalogo, indipendentemente da chi lo dirige e da quante persone siedono al tavolo.
⚡ Carico la rete…
