Qui Radio Alice, finalmente Radio Alice
Reading Time: 8 minutesTredici mesi di trasmissioni sui 100,6 megahertz, senza redazione e senza palinsesto, con il telefono sempre aperto a chiunque. Dalla soffitta di via del Pratello esce una lingua che la radio italiana non aveva mai mandato in onda, e che a Bologna diventa il collante di un’intera generazione.
Manifesto di Radio Alice, dall'archivio radioalice.org.
Benvenuti a bordo, fratelli e sorelle. Ho una domanda che mi gira in testa da almeno cinquant’anni. Se Radio Alice fosse solo una radio libera, o anche una Radio Libera. Se non fosse, invece, un’interferenza sulla rete, cinquant’anni prima che la rete arrivasse a essere quello che è.
“Alice si è costruita una radio ma per parlare continua la sua battaglia quotidiana contro gli zombi e Jabberwock…”
Quel dubbio mi ha sfiorato più e più volte. Su cosa fosse realmente Radio Alice, però, lo si era capito da subito. E che Radio Alice sia oggi presente e viva in quelle molte Radio rimaste veramente Libere è una certezza: basta accendere la Radio, senza chiedersi da dove arrivi quel segnale.
Colpi violenti alla porta
“Radio Alice trasmette tutti i giorni dalle 6.30 alle 8.30 del mattino, così andrete a lavorare più felici e dalle 14 alle 2 di notte così avrete qualcosa da fare mentre aspettate di tornare al lavoro”
Dalla finestra che dà sulle scale si vedono i mitra spianati e i corpetti antiproiettile. Analisi politiche. Dichiarazioni d’amore fatte da uno sconosciuto a un’altra sconosciuta. Liste della spesa. Favole della buonanotte.
I compagni decidono per i tetti.
Brandelli di libri letti ad alta voce da chi capitava. Rino Gaetano. I Jefferson Airplane. Gli Area. I Fugs. Beethoven.
“Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori…” “…trasmette di tutto: quelle che volete e quello che non volete, quello che pensate e quello che pensate di pensare, specie se venite qui a dirlo…”
Restano in quattro.
Nessuna redazione. Nessun palinsesto. Il telefono aperto, sempre.
“Radio Alice fa parlare tutti meno: Jabberwock e gli zombi, i generali in pensione e i crumiri, le mamme che dicono bugie e i bambini che dicono sempre la verità, fazizti e i famacisti speculatori, i democristiani e demosteniani, i fallocratici e i falliurgici, i padri macellai e i padri eterni, i leader e gli offsider, i pompieri e i banchieri, gli antesignani e i vessilliferi”
100,6 megahertz
Un trasmettitore militare comprato da un demolitore di Medicina. Prima di finire in una soffitta era stato montato su un carro armato americano, residuato dell’ultima guerra. Buono per quella, buono per questa. Due stanze sotto il tetto, via del Pratello 41. L’antenna issata a mano sulle tegole.
“Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi… chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti”
9 febbraio 1976.
Il nome viene dalla ragazzina di Lewis Carroll che cade nella tana e finisce dove le regole della lingua non funzionano più. E dalla figlia di Dadi Mariotti, una delle fondatrici.
“Radio Alice è un posto dove i conigli portano il panciotto e gli speaker vanno al trotto, manca il liquido e ce ne dispiace, dove non ci sono macchine ma pensieri, così impara! Dove ci vuole il sudore della fronte, dove si diventa più alti entro il duemila, dove si aspetta l’estate e le pantere nere.”
La radio di quegli anni viene da Roma, con la dizione perfetta e il testo approvato prima.
l’Unità: linguaggio irresponsabile, diffamatorio, distruttivo. E, in coda, una domanda. Chi c’è esattamente dietro Alice?
Questa è un’altra macchina.
Il metodo
Un flusso continuo, senza gerarchia tra chi parla, dove qualunque contenuto sta accanto a qualunque altro e nessuno decide l’ordine.
Nel 1976 quella forma non esisteva. Qualcuno ha dovuto inventarsela, e non per caso: per studio.
Non basta denunciare le menzogne del potere, occorre denunciare e rompere anche la verità del potere.
A/traverso, rivista fondata a Bologna nel 1975 da un collettivo di studenti e militanti di Potere Operaio che fa capo a Franco Berardi, che tutti chiamano Bifo. Con lui Maurizio Torrealta, Stefano Saviotti, Luciano Cappelli, Claudio Cappi. Molti di loro saranno anche la redazione di Alice. Laurea in estetica con Luciano Anceschi, provenienza Potere Operaio. Attorno alla rivista si lavora sul linguaggio con gli strumenti delle avanguardie storiche, dichiarati senza imbarazzo: Dada, il futurismo, e come nume tutelare Majakovskij, al punto che il libro-manifesto del collettivo si intitolerà Sulla strada di Majakovskij. Il logo della testata lo compone Claudio Cappi nel 1975 ritagliando lettere dalle prime pagine dei giornali della sinistra, l’Unità, il Manifesto, Lotta Continua, Rosso. Il ritaglio e il montaggio prima di tutto: la tecnica che i dadaisti avevano inventato con le forbici e un cappello.
In Italia quella tecnica arriva prima nella politica che nella musica. Dalla rivista alla radio. Dalla radio alla città.
Il centro di diffusione notizie arbitrarie (CDNA) di Roma annuncia che il sindaco della città, Giulio Carlo Argan, ha incontrato papa Paolo VI per denunciare insieme il compromesso storico.
A Bologna una mattina “Il Resto del Carlino” appare con i seguenti titoli: 4000 operai sono stati assassinati sul lavoro nel 1976 Il costo della carne aumenta. Mangiamo Agnelli con la polenta! Inchiesta: il 90% degli abitanti di Bologna si pulisce il culo con “Il Resto del Carlino”
Il lavoro dichiarato: rompere gli schemi del parlato radiofonico, far salire in onda la lingua di tutti i giorni. Una forma diversa, non un contenuto diverso dentro la forma di prima.
Capi d’imputazione: apologia di reato, associazione a delinquere, istigazione a delinquere… a mezzo radio
Al DAMS, negli stessi mesi, si studiano la semiotica e le comunicazioni di massa. Dal novembre 1976 Gianni Celati tiene un seminario sulla letteratura del nonsense, su Carroll, che andrà avanti fino al novembre 1977 e da cui uscirà Alice disambientata, pubblicato nel febbraio 1978. Circola l’idea che il nome della radio venga da lì. Le date dicono il contrario: quando il gruppo del DAMS si riunisce per la prima volta, Alice è in onda da nove mesi, e continuerà a riunirsi per altri otto dopo che la radio è stata chiusa. Il travaso è andato dall’etere all’aula.
Al DAMS circola anche una cellula di azione mao-dada che urla: “Non siamo più studenti!” Una manifestazione con ottomila persone inonda la città con lo slogan “Andreotti tu sei pazzo la classe operaia non pagherà più un cazzo”
Roma: “Lama, Lama nessuno l’ama”. “Sacrifici Sacrifici”. “Lama è un Trombadori”.
Per la prima volta la gente si avvicina, parla e ride.
La città intorno all’antenna
Via Clavature 20, a due passi da piazza Maggiore. Un appartamento occupato battezzato Traumfabrik, la fabbrica dei sogni, con l’idea dichiarata di farne la versione bolognese della Factory di Andy Warhol. Filippo Scòzzari. Andrea Pazienza. I musicisti che diventeranno i Gaznevada e Stupid Set. I videomaker del gruppo Grabinsky. Le riviste “Lux” e “Cannibale” che pubblicano le opere di Andrea Pazienza, e la Dalia Blu di Filippo Scòzzari.
Prima si chiamavano Centro d’Urlo Metropolitano, e di quella formazione resta un pezzo solo, Mamma dammi la benza. Finisce dentro Sarabanda, una cassetta antologica di musiche e poesie curata dalla radio. Circola a settembre, durante il convegno contro la repressione. Il gruppo lo suona dal vivo lì.
La polizia non perquisisce. Svuota. Porta via le apparecchiature, i nastri, perfino i telefoni, che allora erano della SIP.
Nelle cantine del centro si aprono le sale prove, nascono gli Skiantos, i centri giovanili nelle case occupate, i gruppi teatrali. Comunicare a distanza vuol dire alzare la cornetta. La radio è l’unica infrastruttura che tiene insieme tutto questo.
Undici marzo
Venerdì, zona universitaria. Un gruppo di studenti e docenti vicini a Comunione e Liberazione si riunisce all’istituto di Anatomia. Arriva la contestazione, arrivano le cariche.
Un gruppo di studenti di cui fa parte anche Francesco Lorusso viene attaccato dalla polizia, e fugge lungo via Mascarella. Lì incrocia una colonna di Carabinieri che cominciano a sparare. Uno di loro, senza bandoliera, esplode diversi colpi di pistola. Poco prima, in una via parallela a via Mascarella, lo stesso militare aveva vuotato il caricatore del suo Winchester per mettere in fuga un gruppo di studenti.
Uno dei colpi colpisce Francesco Lorusso, studente di medicina, già del servizio d’ordine di Lotta Continua, e lo attraversa da parte a parte. Fa ancora qualche passo. Cade davanti al civico 37. I suoi compagni lo mettono al riparo dentro la libreria il Picchio. Muore in pochi istanti.
Subito si formano le barricate e il centro di Bologna viene attaccato. In tutta Italia ci sono manifestazioni e scontri.
Sul piatto del giradischi c’è Beethoven.
Per tutto quel tempo i microfoni restano aperti. Le telefonate arrivano dalla strada, da chi è lì mentre succede, e vanno in onda senza filtro. Dove sono le cariche. Dove ci sono i feriti. Cosa sta accadendo adesso.
È questo che le contestano… fino alle 23.15 quando la polizia entra negli studi, arresta i redattori, distrugge o sequestra le apparecchiature.
Verso le 5 del mattino dopo, la polizia occupa la zona universitaria con mezzi blindati e M113.
Undici e quindici di sera
12 marzo 1977. In sede ci sono una ventina di persone. Si discute degli scontri, in onda e fuori onda. La città sembra calmarsi.
Valerio e Mauro Minnella restano per proteggere le apparecchiature. Con loro due che quella sera erano lì per caso, senza avere niente a che fare con la radio, e che non se la sentono di affrontare al buio i tetti di Bologna. Un quinto sarà preso sulle scale.
Il microfono resta aperto. Va in onda tutto: le sedie spostate, le voci che si accavallano.
La porta regge. Dall’altra parte ci sono le pistole puntate, e Valerio si rifiuta di aprire. Telefona all’avvocato mentre è in onda, detta l’indirizzo, chiede di venire d’urgenza. Ha posto una condizione a chi sta fuori: finché non calano le pistole e non gli mostrano il mandato, quella porta non si apre. Poi ne aggiunge un’altra: non si apre finché non arriva l’avvocato.
Nessuna delle due verrà rispettata.
Valerio annuncia il disco con una battuta che diventerà, quarantasei anni dopo, il titolo di un suo libro: se va bene bene, se no seghe.
Sono entrati, siamo con le mani alzate.
Poi il segnale finisce.
I cinque vengono picchiati negli uffici della Mobile, poi trasferiti al carcere di San Giovanni in Monte. Per la prima volta in Italia, una radio libera viene messa a tacere dalle forze dell’ordine.
Il commento di Umberto Eco: una volta erano i rivoltosi a prendersi le radio difese dalla forza pubblica, adesso è la forza pubblica a prendersi le radio difese male dai rivoltosi.
Poi arrivano i blindati mandati dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Via Zamboni, all’altezza di piazza Verdi e oltre. Camionette di carabinieri armati dappertutto. La zona universitaria viene sgomberata. Per Bologna, dal dopoguerra, è la prima volta.
Odio di classe a mezzo radio
Contro Bifo, che quella sera in soffitta non c’era, viene spiccato un mandato. La formula è questa: istigazione di odio di classe a mezzo radio.
A mezzo radio.
Non per quello che avevano fatto. Per come parlavano.
Berardi lascia Bologna, si rifugia a Parigi, frequenta Félix Guattari e Michel Foucault, e a Parigi viene comunque arrestato. Il 5 luglio esce su Lotta Continua un manifesto contro la repressione in Italia firmato da una trentina di intellettuali francesi: Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Foucault, Gilles Deleuze, Guattari. A settembre il convegno contro la repressione porta a Bologna centomila persone.
Nei minuti convulsi prima della chiusura, uno dei redattori aveva dato in diretta il numero di telefono di Radio Città.
Nel 2002 alcuni di quel gruppo daranno vita a Orfeo TV, la prima televisione di strada bolognese.
Racconta Valerio Minnella che la registrazione di quegli ultimi minuti Umberto Eco la userà per una lezione alla Sorbona, sulle forme della comunicazione radiofonica.
Lo sgombero, diventato materiale di studio sul linguaggio.
Radio Alice è oscena
Tredici mesi di trasmissioni. Poi hanno portato via anche i telefoni.
Una radio senza palinsesto, dove chiunque entra in onda e nessuno decide cosa merita di andarci, adesso ce l’abbiamo tutti in tasca. È arrivata dopo. Assomiglia parecchio a quella cosa lì, con la differenza che adesso l’ordine lo decide qualcun altro e non te lo dice.
Qui Radio Alice, e lì?
Alice non è finita in via del Pratello.
Accendi la radio. Quella vera e se vi va bene, bene se no seghe
Nota sulle fonti
Le frasi di Radio Alice riportate in corsivo in questo capitolo, i testi con cui l’emittente presentava se stessa e le trascrizioni delle trasmissioni vengono da Alice è il diavolo. Storia di una radio sovversiva, a cura di Franco Berardi Bifo e Gomma (Ermanno Guarneri), Shake Edizioni, Milano 2002.
Il volume riprende e amplia il libro che il Collettivo A/traverso aveva pubblicato nel 1976 con il titolo Alice è il diavolo. Sulla strada di Majakovskij. Testi per una pratica di comunicazione sovversiva, Edizioni L’Erba Voglio, Milano. Dentro ci sono le trascrizioni delle trasmissioni, i volantini, i documenti e i materiali della rivista prodotti dalle stesse persone che avevano costruito la radio: una fonte di prima mano, scritta da chi c’era, non una ricostruzione fatta dopo.
A chi quel libro l’ha messo insieme, e a chi quelle frasi le ha dette per primo davanti a un microfono in una soffitta di via del Pratello, va il credito di tutto quello che in queste pagine sta tra virgolette.
⚡ Carico la rete…
