Il Maestrone
Reading Time: 5 minutesTrent’anni dopo, dentro la Bologna virtuale di Città di Frontiera, incontro Francesco Guccini. Si parla di isole che non si trovano, di Colonne d’Ercole che si spostano, del cugino Alberto Prandi e delle sue chiacchiere su Atlantide, dell’America immaginata di Amerigo. Una conversazione mai avvenuta, il mio omaggio ad uno dei più grandi artisti del nostro tempo
Charta del navicare per le isole novamente trovate in la parte dell'India, 1502. La carta contrabbandata da Alberto Cantino, oggi alla Biblioteca Estense di Modena, è lo stesso documento che nel 1978 finisce sulla copertina di Amerigo.
Quale Città di Frontiera?
Sul finire degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, da un mio falso profilo su una chat del videotel nasceva Città di Frontiera, evoluzione di una precedente trasmissione radiofonica del 1989 intitolata Garage Club.
Città di Frontiera si trasforma, in quel periodo, in uno script televisivo. Io presentatore percorro le vie di una Bologna mezza vera e mezza ricreata in realtà virtuale, e lì incontro artisti famosi con cui mi intrattengo, o a cui rivolgo domande impossibili.
In quella versione incontro Lucio Dalla, diventato il gestore di un locale di quella Bologna, e gli chiedo di spiegarmi lo strappo spaziotemporale che ha riversato in quella realtà fatti e personaggi di altre epoche. Più avanti intervisto Jim Morrison, ricreato anche lui in realtà virtuale, e gli faccio tutte le domande che non si sono potute fare. Siamo nei primi anni Novanta, non lo dimenticare.
Era un embrione di giornalismo narrativo, o di fiction storica, che in Atlantide è poi diventato quasi una regola.
Nota
Trent’anni dopo mi sono ritrovato dentro quella Bologna virtuale, e questa volta l’uomo che ho incontrato per le sue vie è Francesco Guccini.
Nella realtà non l’ho mai incontrato. Non ho potuto intervistarlo, e non ho mai passato con lui una sera a parlare di tutto e di niente. Magari lo avessi potuto fare!
Quello che segue è il dialogo che avrei voluto avere con il Maestrone, per ringraziarlo di ciò che mi ha insegnato e di ciò che mi ha fatto diventare.
I fatti citati sono documentati. Le battute, i pensieri e le opinioni attribuiti a Francesco Guccini sono interamente miei, scritti come dispositivo narrativo.
È il mio piccolo, personale omaggio ad uno dei più grandi artisti contemporanei che l’Italia abbia mai conosciuto.
L’Isola non trovata
M: Maestro, che succede? Perché è qui, in questa Bologna virtuale di 30 anni fa. Maestro, lei non dovrebbe essere qui!
F: Ma che domande fai? Mi ci hai messo tu. Avevo cose ben più importanti da fare piuttosto che perdere tempo per riempire i tuoi ricordi su di me.
M: Maestro, mi vuole dire che ci sono cascato anch’io, parlare di me attraverso di lei? Insomma, è come pubblicare un selfie insieme al Maestro per dire a tutti di averlo conosciuto?
F: È proprio così, mio bel quaglione!
M: Io però non ho foto con lei, a stento ho foto di me.
F: E mica è colpa mia, resta il fatto che sono qui è perché tu mi ci hai messo!
M: Come posso contraddirla, Maestro? Non l’ho fatto mai e non potrei farlo adesso che lei… sì, insomma ci siamo capiti. Ma non c’è dubbio che, tra isole mitiche mai trovate e città di frontiera vissute, immaginate o solo sognate, le ragioni perché oggi lei è qui, sulla soglia della Tana del Bianconiglio, oltre le Colonne d’Ercole navigando verso Atlantide, non sono il frutto di un mio egocentrismo urlato dagli scaffali di un social network.
F: Ohibò, a me i social network fan cagare, come il rap.
M: Maestro, posso chiamarla Maestrone?
F: Ah beh, se proprio devi… ma dopotutto, così mi chiamano da sempre… Ehi, ehi, fermo lì. Non c’è dubbio? E tu come fai a saperlo?
M: Maestrone…
F: No, dico sul serio. Tu che vai in giro da una vita a cercare le cose che stanno dall’altra parte, adesso mi vieni a dire che non hai dubbi?
M: Maestrone, non cominciamo…
F: No, se cominci tu con le certezze, io devo pur difendermi.
M: Non la stavo attaccando, come potrei farlo? Intendevo dire che non ci sono dubbi sul fatto che lei fosse qui…
F: Mi ci hai messo tu, avevo ben altro da fare, poi neanche ti conosco!
M: Sì, è vero, ma Atlantide, ad esempio…
F: Ahhhhh, ecco Atlantide. Sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati.
M: E perché, secondo lei?
F: Perché quando uno comincia a parlare di isole che non si trovano, di città di frontiera, di Tane del Bianconiglio e di mari che non sai mai dove cominciano e dove finiscono, prima o poi salta fuori Atlantide.
M: Ma lei come fa a saperlo?
F: Perché ne ho parlato anch’io, no?
M: Con chi?
F: Con mio cugino Prandi.
M: Prandi?
F: Eh, Alberto. Mio cugino di Carpi. Anarchico, gran bevitore, uno che di Atlantide si interessava parecchio. Ci facevamo delle chiacchiere lunghe chilometri e alla fine non si capiva più se stavamo parlando di un continente scomparso o di qualcos’altro.
M: E quelle chiacchiere finirono in una canzone?
F: In più di una cosa, direi. Ma non cominciamo a fare l’elenco della spesa, eh.
M: Non ci pensavo proprio.
F: E invece ci stai pensando.
M: A cosa?
F: A quella che hai vinto quando eri cinno.
M: Io non l’ho vinta perché era sua.
F: Ah no?
M: No. Avevo risposto a un quiz sui Beatles. Anzi, avevo corretto il quiz perché era formulato male. E quelli della radio mi dovettero dare due risposte per farmi vincere.
F: E tu cosa scegliesti?
M: L’Isola non trovata.
F: E ti pareva.
M: Che vuol dire?
F: Niente. Che a volte le cose cominciano molto prima di quando uno pensa che siano cominciate.
M: Ma io allora non sapevo niente di Atlantide.
F: Neanche io, forse. O forse ne sapevo abbastanza da capire che non era necessario trovarla.
M: Temo di non capire la frase, Maestrone.
F: È una frase da uno che ha passato troppo tempo a parlare con Prandi.
Amerigo
M: E poi arrivò Amerigo.
F: Eh, già. Lì c’era un’altra America.
M: Quella di Enrico?
M: Quella di Enrico era vera. La mia era un’altra cosa.
M: Il mito.
F: Il mito americano. Quello che avevo in testa da ragazzo, quello che aveva dentro i film, i fumetti, le facce, le storie, i viaggi che non avevo fatto. Quella America lì era Atlantide. E Amerigo era un uomo che quell’America l’aveva vissuta davvero.
M: Lei invece se l’era inventata.
F: Io? Macché. Io me l’ero immaginata. È diverso.
M: E quale delle due era più vera?
F: Eh, questo lo devi chiedere a Merigo. Io mica c’ero.
M: Io una cosa del genere la capisco.
F: Tu?
M: Io sono sardo.
F: E allora?
M: Allora la Sardegna per me non è esattamente una cartolina.
F: Ah, questo lo avevo capito.
M: Volevo dire che ci sono stato con una storia in testa che ancora non sapevo dove mi avrebbe portato.
F: E dove ti ha portato?
M: Oltre le Colonne d’Ercole.
F: E quali erano, queste colonne?
M: Quelle che ho trovato io.
F: Ah, beh. Allora non sono necessariamente le mie.
M: No. E qui comincia il problema.
F: Qual è il problema?
M: Che Atlantide è una parola, ma non è detto che tutti quelli che la pronunciano stiano parlando della stessa isola, dello stesso mito.
F: E tu quale hai trovato?
M: Non lo so ancora. Però le mie Colonne, a un certo punto, si sono spostate.
F: E tu gli hai creduto?
M: A chi?
F: A quello che le ha spostate.
M: A un giornalista che le ha cercate come se fosse un’inchiesta.
F: Ah, allora siamo messi bene. Io ho cominciato con un cugino che beveva e parlava di Atlantide e tu con un giornalista che spostava le Colonne.
M: Non è proprio la stessa cosa.
F: No, infatti. Ma alla fine siamo qui tutti e due a parlare di un posto che non sappiamo se esiste.
M: E forse è proprio questo il bello.
F: Forse.
M: Forse?
F: Sì. Non c’è dubbio che il dubbio sia una buona compagnia.
M: E questa da dove viene?
F: Da nessuno. Questa te la lascio.
⚡ Carico la rete…
