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Gli anni Ottanta sono finiti. Forse.

Reading Time: 12 minutesDal referendum sulla giustizia del marzo 2026 alle morti di Bossi e Pomicino, una settimana che sembra chiudere un ciclo. Un viaggio nelle radici degli anni Ottanta italiani: il 1977, l’eroina, Berlusconi, i paninari, MTV e chi resisteva in retroguardia.

Anni Ottanta italiani: dalla contestazione del 1977 al consumismo e alla televisione commerciale

imagine in Pubblico Dominio

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Quattro giorni. Tre notizie. Il tempo di un finale di stagione che nessuno aveva programmato.

Il 19 marzo muore Umberto Bossi, 84 anni, il Senatùr, fondatore della Lega Nord. Il 21 marzo muore Paolo Cirino Pomicino, 86 anni, ministro andreottiano, soprannominato ‘O Ministro dai suoi avversari e Geronimo dagli amici, 42 processi e due condanne definitive. Il 23 marzo gli italiani votano NO alla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, con il 53,74% dei voti. Gli under 34 votano NO con il 61%.

Due funerali, un risultato referendario, e poi la coda. Nei tre giorni successivi al voto si dimettono in sequenza il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, il capo di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi, la ministra del Turismo Daniela Santanchè su richiesta esplicita di Meloni, e il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri. Quattro in tre giorni. Non una crisi di governo formale, ma quello che qualcuno ha chiamato un repulisti, posticipato fino al momento in cui non farlo più sarebbe diventato impossibile.

Una coda che ogni giorno si aggiorna e sembra non volersi esaurire se non per ribadire quanto sia diventata (finalmente) precaria la posizione del Governo Meloni. Il 27 marzo a Roma, alla Città dell’Altra Economia a Testaccio, cinquanta artisti salivano su un palco gratuito per il concerto di No Kings Italia.

Il palco e le assenze

Vale la pena guardare quella lista: Daniele Silvestri, Mannarino, Willie Peyote, Modena City Ramblers, Assalti Frontali, Ditonellapiaga, Gemitaiz. Nomi che conosci, nomi che contano. E poi l’assenza, altrettanto eloquente: nessuno di quelli che riempiono i palinsesti delle radio commerciali italiane, nessuno di quelli che salgono ogni anno sul palco dell’Ariston. Gli artisti che vendono milioni di stream, che vincono i Sanremo, che passano in rotazione tra una notizia e un bollettino del traffico: assenti. Non è un caso, è una scelta. O meglio, è la somma di tante scelte individuali di non scegliere. La musica come intrattenimento, ancora una volta, si sottrae al momento in cui la storia chiede qualcosa di più.

No Kings: l’onda che viene da lontano

Il 28, giorno in cui scrivo, il corteo “Together. Contro i re e le loro guerre” parte da piazza della Repubblica verso San Giovanni. La rete italiana, oltre settecento sigle, raccoglie un’onda partita dall’estate 2024 negli Stati Uniti, il giorno in cui cinque milioni di americani scesero in piazza contro la parata militare di Trump per il suo compleanno. In dicembre quella stessa onda aveva attraversato la Manica: in Gran Bretagna nasce la Together Alliance, con Fontaines D.C., Kneecap, Brian Eno, Paul Weller tra i firmatari. Una risposta diretta al raduno di estrema destra di Tommy Robinson che a settembre aveva portato oltre centomila persone a Londra con Elon Musk sul palco. Il 28 marzo Together suona a Londra, No Kings sfila a Roma. Date coincidenti, rifiuto condiviso. Nessuno ricorderà le parate.

Una settimana per dire un altro NO!

Sei cose in dieci giorni. Prese insieme, hanno la forma di una chiusura. Non di un ciclo politico: di qualcosa di più profondo. Di un sistema di valori. Di un modo di stare al mondo.

Bossi è la Lega delle origini: il “terroni a casa loro”, la Liga Veneta, il Forza Etna, il razzismo che ancora non aveva nome ma già aveva voce e palchi e microfoni. Il giornalista Paolo Morando, nel suo ’80. L’inizio della barbarie (Laterza, 2016), lo mette in apertura come primo capitolo dell’Italia nordista: la mutazione antropologica che trasforma il rancore in progetto politico. Pomicino è l’altra faccia: il potere democristiano di lungo corso, il CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), la Prima Repubblica gestita come tenuta privata. Quello che Paolo Sorrentino nel film Il Divo fa incarnare a Carlo Buccirosso, irresistibile e mostruoso allo stesso tempo.

Il NO al referendum? È il rigetto, da parte di chi quegli anni non li ha vissuti, di un’idea della giustizia come strumento del potere politico. Un’idea nata esattamente in quegli anni. Una scelta che dice: no, questo modello non lo vogliamo.

Prima di capire cosa significa, bisogna capire da dove viene. E per capire da dove viene, bisogna tornare indietro. Non agli anni Ottanta: al loro subito prima.


Dancing Days: il biennio della fine

Paolo Morando aveva già fatto questo lavoro nel 2009, con Dancing Days (Laterza), il libro che analizza il biennio 1978-1979 come il momento-cerniera della storia italiana del dopoguerra. Gli anni in cui la stagione del piombo si chiude, le utopie si sgretolano, e il paese si prepara al riflusso. Il titolo viene da una canzone dei Led Zeppelin del 1973, Dancing Days, dall’album Houses of the Holy: e l’accostamento dice già tutto. I giorni del ballo. Quelli in cui si smette di fare politica e si comincia a ballare, nel senso letterale e figurato.

Il 1978 è l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, ma anche dell’esplosione della discoteca e del Saturday Night Fever. I Bee Gees erano ovunque con Stayin’ Alive, e il titolo era un programma: sopravvivere, stare a galla, ballare. Non cambiare il mondo, restare in vita. Il 1979 è l’anno in cui la contestazione si esaurisce definitivamente. Ma il punto di rottura vero è ancora prima: si chiama Bologna, e ha la data dell’11 marzo 1977.


Bologna, 11 marzo 1977: il giorno in cui qualcosa si spezzò

All’università di Bologna, in via Mascarella, Francesco Lorusso, studente di medicina di 25 anni, militante di Lotta Continua, viene colpito da un proiettile sparato da un carabiniere di leva e muore prima di arrivare in ospedale. La città esplode. In risposta alle proteste, il ministro dell’interno Francesco Cossiga dispone l’invio di mezzi blindati nelle strade del centro di Bologna. Cingolati percepiti e descritti da tutti come “carri armati”, nel cuore del capoluogo della rossa Emilia-Romagna.

Il dettaglio politico più rivelatore sta qui: il PCI si allinea completamente alla linea della repressione. I blindati, il 13 marzo, li vuole anche il sindaco Zangheri, d’accordo con Cossiga. La sinistra storica si schiera con lo Stato contro i propri figli. Al fratello di Lorusso, ai funerali, viene vietato di parlare al microfono.

Non è un dettaglio secondario. È il segnale che il compromesso storico ha un prezzo, e che quel prezzo lo pagano i più giovani.

La spirale non si ferma. Il 12 maggio 1977, a Roma, sul Ponte Garibaldi, Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa e attivista femminista, viene colpita alla schiena da un proiettile durante gli scontri seguiti a una manifestazione del Partito Radicale per l’anniversario del referendum sul divorzio, vietata da Cossiga. Muore durante il trasporto in ospedale. L’arma non viene mai trovata, i responsabili non vengono mai identificati. L’inchiesta viene archiviata nel 1981. Nel 2007 Cossiga dichiarerà in un’intervista al Corriere della Sera di essere tra le cinque persone che sanno chi sparò.


Il Convegno di settembre: l’ultimo atto

Il 23 settembre 1977, sei mesi dopo, Bologna ospita il Convegno internazionale contro la repressione. Tra 70.000 e 100.000 persone, a seconda di chi conta, invadono pacificamente la città per tre giorni. Dario Fo e Franca Rame in piazza VIII Agosto. Gruppi teatrali, musicali, politici da tutta Europa. Tre giorni che avrebbero potuto essere l’inizio di qualcosa, e invece sono la fine.

Dentro il Palazzetto dello Sport, le componenti più politicizzate del movimento si confrontano e si scontrano, e non trovano nessun accordo strategico. Le anime sono troppe e troppo distanti. Senza quel patto, la tre giorni di settembre segna la fine politica del Movimento del ’77 e l’inizio del riflusso. Wikipedia lo chiama “uno degli ultimi eventi del movimento del Settantasette”. Dopo, comincia qualcos’altro.

Fuori dal Palazzetto, però, qualcosa accade. Durante le giornate del Convegno, un gruppo che si chiama Centro d’Urlo Metropolitano distribuisce su cassetta il suo unico brano: Mamma dammi la benza. È un pugno di ragazzi della Traumfabrik, la casa occupata di via Clavature 20 a Bologna, quella dove transitano anche Andrea Pazienza e Filippo Scozzari, ispirata alla Factory di Warhol più che alle sezioni di partito. Due mesi dopo, di ritorno da un viaggio a Londra, cambiano nome prendendo spunto da un racconto di Raymond Chandler: diventano i Gaznevada. Punk, funk, new wave, No wave, tutto insieme, con un’immagine noir da fantascienza che non assomigliava a niente di italiano. Figli del Convegno, cresciuti oltre il Convegno.


L’Operazione Bluemoon: narcotizzare il futuro

Il riflusso non fu solo psicologia collettiva. Fu accelerato. L’Operazione Bluemoon, documentata nelle indagini del giudice Guido Salvini e nella testimonianza del 1995 di Roberto Cavallaro, ex agente del SID, racconta la diffusione strategica dell’eroina nei circuiti della sinistra extraparlamentare, parte di un piano di guerra psicologica dei servizi segreti occidentali. Il meccanismo è preciso: sparisce l’hashish dalle piazze di spaccio, arriva la morfina a basso prezzo, poi l’eroina. Da zero tossicodipendenti nel 1970 a 300.000 nel 1985.

La vicenda è stata ricostruita anche da Rai Storia nel documentario Operazione Bluemoon. Eroina di Stato, andato in onda il 25 giugno 2013, curato da Giovanni Minoli e diretto da Peter D’Angelo e Manuela Virdis, con la testimonianza diretta di Roberto Cavallaro.

Vale la pena ricordarlo con la cautela che il fatto richiede: nessuna sentenza definitiva ha accertato questo in sede giudiziaria. È documentato nelle indagini e nelle testimonianze, non nei verdetti. Ma i numeri ci sono, e parlano da soli.

Fabrizio De André lo aveva già scritto nel 1978, in Sally (album Rimini, con Massimo Bubola): con due gocce d’eroina s’addormentava il cuore. Non una denuncia diretta, una constatazione. Una generazione narcotizzata, letteralmente, prima che gli anni Ottanta cominciassero.


Il decennio della barbarie

Con questo retroterra, gli anni Ottanta diventano comprensibili. Non giustificabili. Comprensibili.

Morando descrive cinque “Italie” che si formano nel decennio e ancora oggi camminano tra noi. L’Italia nordista (Bossi che prende forma); l’Italia paninara (il consumismo come identità generazionale); l’Italia becera (i microfoni di Radio Radicale del 1986 come specchio impietoso); l’Italia rampante (la Milano da bere, il CAF, Pomicino al ministero del Bilancio). L’Italia razzista (quella che incontra l’immigrazione e sceglie la strada più corta).

La frase più precisa su tutto questo non è di un sociologo. È di Michele Serra, intervistato da Morando in ’80. L’inizio della barbarie: la parola-chiave del decennio è “esclusivo” e il suo proliferare. Un inganno perfettamente riuscito: il dozzinale spacciato per grande acquisizione.

Quella frase vale più di cento analisi. Il dozzinale spacciato per grande acquisizione: questo erano gli anni Ottanta. Il vestito firmato come identità. La villa sull’Appia a sei milioni di affitto mensile come normalità. Il potere come intrattenimento. Il consumo come ideologia.

Franco Battiato lo aveva visto arrivare. Nel settembre 1981 pubblica Bandiera Bianca come singolo di anteprima di La voce del padrone, il disco che diventerà il primo LP italiano a superare il milione di copie. Nel testo denuncia i programmi demenziali con tribune elettorali, il consumismo (“siete come sabbie mobili”), gli abusi di potere, e le “immondizie musicali”. Sul ritornello sventola bandiera bianca, citazione di una poesia di Arnaldo Fusinato sulla resa di Venezia agli austriaci: è la resa di fronte all’oceano di brutture. Il paradosso perfetto: la denuncia più lucida degli anni Ottanta diventa il disco più venduto degli anni Ottanta. Il sistema assorbe anche la critica al sistema, la mette in rotazione tra una pubblicità e l’altra. Il dozzinale spacciato per grande acquisizione, applicato questa volta alla critica stessa.

Le diagnosi del decennio

Christopher Lasch l’aveva chiamato narcisismo patologico, nel 1979, un anno prima di Reagan, nel suo The Culture of Narcissism, edito in italiano da Feltrinelli con il titolo La cultura del narcisismo. Neil Postman nel 1985, nel Divertirsi da morire, spiegava come la televisione avesse trasformato la politica in intrattenimento, e ogni cosa in uno spettacolo. Fredric Jameson nel 1984, sulla New Left Review, aveva dato il nome filosofico al processo: pastiche, crisi dell’historicità, la perdita della capacità di sentire il tempo che passa. Stuart Hall in The Hard Road to Renewal chiamava il thatcherismo “modernizzazione regressiva”, moderna nella forma, regressiva nella sostanza. La formula si applica puntualmente all’Italia craxiana degli stessi anni.

Stessa malattia, diagnosi diverse. Tutti la vedevano, da posti diversi, nello stesso decennio.

La responsabilità della sinistra sta dentro questa storia, e Serra non la schiva: l’egemonia culturale che aveva dato i Settanta non era riuscita a tenere. Il vuoto era stato riempito.


La televisione come arma: Berlusconi, i paninari e la fine del pensiero critico

C’è un filo che collega Berlusconi, i paninari e MTV, e quel filo si chiama immagine come sostituto del pensiero.

I paninari non nascono dalla televisione. Nascono a Milano, nei primissimi anni Ottanta, attorno al Bar al Panino di piazza San Babila: ragazzi con la giacca da sci firmata, gli occhiali Ray-Ban, i jeans Levi’s risvoltati sopra le caviglie, il rifiuto esplicito di qualsiasi impegno, la sostituzione dell’identità con il consumo. Il marchio come lingua di appartenenza. La cosa esiste già, autonomamente, prima che qualcuno la guardi.

La televisione arriva dopo, e la nazionalizza. Drive In va in onda su Italia 1 dal 1983 al 1988. Antonio Ricci, autore del programma, una notte alle due chiama Enzo Braschi e gli dice: “Ho visto degli sfigati con la giacca da sci e scarpe quasi ortopediche, lavoriamoci sopra.” Braschi si infiltra tra i paninari e nasce il personaggio-parodia. Ma la parodia diventa modello. La critica diventa pubblicità. Il tipo urbano che Drive In mette in scena come caricatura viene imitato da milioni di ragazzi in tutta Italia che si riconoscono in lui, o vogliono assomigliargli.

Drive In non aveva inventato i paninari. Li aveva amplificati, trasformati in modello culturale riconoscibile e imitabile. Li aveva spacciati, appunto, per grande acquisizione.

Il sistema Berlusconi: quando la pubblicità diventa il programma

Tutto questo è possibile perché Berlusconi aveva già costruito il terreno. Il processo non comincia nel 1994, con la discesa in campo. Comincia un decennio prima, attraverso le televisioni. Canale 5 nasce nel 1980. Italia 1 viene acquisita nel 1982. Rete 4 nel 1984. Il decreto Berlusconi del 1984, poi bis e ter, legalizza la trasmissione nazionale. E le reti Fininvest portano in Italia un modello televisivo nuovo: non programmi che contengono pubblicità, ma pubblicità che contiene programmi. I ritmi si accelerano. I contenuti si alleggeriscono. La tv cessa di essere un luogo dove si costruisce significato e diventa il luogo dove il significato si consuma.

Neil Postman scrisse Divertirsi da morire dall’interno di quel decennio, nel 1985, guardando la televisione americana. Ma la sua diagnosi era già applicabile all’Italia: non la televisione che trasmette contenuti culturali, ma la televisione che diventa il contenuto stesso, che trasforma ogni cosa, la politica, la musica, persino la critica alla televisione, in intrattenimento.

MTV e la fine del senso critico

Poi arriva MTV. Negli Stati Uniti è già attiva dal 1° agosto 1981, e il primo video che manda in onda è Video Killed the Radio Star dei Buggles. Una ironia perfetta, o forse una dichiarazione di programma: una canzone che riflette sulla morte della radio ad opera del video, scelta come inno di apertura di un canale interamente fondato sul video. La critica diventa lancio di prodotto. In Europa MTV arriva via satellite il 1° agosto 1987, e il primo video trasmesso è Money for Nothing dei Dire Straits. In Italia, dove il satellite era poco diffuso, il segnale di MTV Europe arriva sulle tv regionali solo nei primissimi anni Novanta. Ma il terreno era già stato preparato da Videomusic e DeeJay Television su Italia 1, che trasmettevano videoclip per ore, e che i paninari seguivano per sapere cosa ascoltare, cosa comprare, cosa sembrare. La colonna sonora era synth pop, new romantic, qualcosa che aveva i nomi giusti: Duran Duran, Spandau Ballet, Wham!, e poi i Pet Shop Boys, che nel 1985 portano in cima alle classifiche mondiali West End Girls, un brano ispirato alla Waste Land di T.S. Eliot che racconta la frattura di classe nella Londra thatcheriana, i ragazzi dell’East End che guardano le ragazze del West End in “un mondo senza uscita”. Un commento sociale travestito da canzone dance. L’anno dopo i Pet Shop Boys scrivono anche Paninaro, dopo una visita a Milano, canonizzando definitivamente il fenomeno nella cultura pop internazionale.


La radio fa lo stesso: l’infotainment e la morte dell’ascolto

Ho programmato radio per la prima volta verso la fine degli anni Settanta. Non sto scrivendo questo per nostalgia. Lo scrivo perché so, dall’interno, com’era il rapporto tra radio e musica prima che diventasse quello che è oggi. Si sceglieva un disco perché valeva la pena farlo ascoltare. Poi si spiegava perché. Poi si ascoltava di nuovo.

Le radio private italiane nascono con formati molto diversi tra loro: alcune parlate, alcune militanti, alcune di intrattenimento. Si può dire però che nei primi anni Ottanta erano ancora pienamente radiofoniche, nel senso che la voce del conduttore aveva ancora un peso, una posizione, un punto di vista. Poi, nella seconda metà degli anni Ottanta e soprattutto negli anni Novanta, arriva il formato che domina ancora oggi: hit radio infotainment. Grandi successi musicali in rotazione, notizie allo scoccare di ogni ora, traffico, meteo, conduttore che sorride anche quando parla di morti. Un contenitore dove tutto ha lo stesso peso specifico.

Il meccanismo di questo formato è preciso. Una canzone degli Spandau Ballet, una notizia di un attentato, il bollettino del traffico in A4: stesso slot temporale, stesso tono, stessa voce professionale. Non si tratta di cattiva informazione. Si tratta di nessuna informazione. Tutto diventa flusso. Tutto diventa sottofondo. È la “superideologia” di Postman applicata alla radio.

I dati: quando il formato non basta più

E adesso questo formato sta finendo. I dati del 2024 lo dicono con la chiarezza che solo i numeri sanno avere. Nel calo generalizzato degli ascolti radiofonici, che perdono circa un milione e trecentomila ascoltatori rispetto al 2023, l’unica emittente nazionale a crescere significativamente è Radio 24, con un +12,8% nel secondo semestre. Radio 24 è l’unica radio nazionale a format prevalentemente informativo e di approfondimento: niente hit, niente jingles. Il pubblico che vuole musica va su Spotify. Il pubblico che vuole notizie serie va su Radio 24 o sui podcast. L’infotainment perde ascoltatori su entrambi i fronti contemporaneamente. Rimane intrappolato nel mezzo, senza una ragione sufficiente per esistere.

È la stessa fine che ha fatto MTV. Per gli stessi motivi.


Forse: la generazione che non vuole replicare gli anni Ottanta

Il NO al referendum è stato vinto dai giovani. Gli under 34 che non hanno vissuto gli anni Ottanta, che non ricordano il CAF né Bossi sul palco di Pontida, che non sanno cos’era la Milano da bere se non come citazione da libro di storia. Votano NO alla separazione delle carriere, una riforma pensata, nelle sue radici culturali, per mettere la magistratura sotto il controllo della politica. Esattamente il contrario di quello che Mani Pulite aveva cercato di fare nel 1992.

Non è una certezza. È una domanda aperta. Forse gli anni Ottanta, come sistema di valori, come logica del dozzinale spacciato per grande acquisizione, stanno davvero finendo. Non perché siano morti Bossi e Pomicino. I simboli muoiono, i sistemi resistono. Ma perché una generazione che non li ha conosciuti sembra non volerli replicare.

Quanto al repulisti del governo, gli Afterhours avevano già dato la risposta nel titolo di una canzone: Non si esce vivi dagli anni ’80. Il testo recita: “ho valutato i pro e i contro di una vita rampante, scoprendo che l’amore passa, l’herpes è per sempre”. Quattro dimissioni in tre giorni, tutte posticipate finché non è diventato impossibile non farlo. Non è una resa dei conti. È la dimostrazione che il sistema resiste finché può, poi cede il minimo indispensabile. Esattamente come negli anni Ottanta.

Chi aveva visto arrivare tutto questo

Enrico Deaglio, in C’era una volta in Italia. Gli anni Ottanta (Il Saggiatore, 2023), scrive di quel decennio come di una fondazione ancora attiva. Guido Crainz, in Il paese reale (Donzelli, 2012), descrive le radici lunghe di quella stagione nel tessuto istituzionale italiano. Mario Bonanno, in Storie di dischi andati (Il Foglio, 2020), racconta la musica italiana di quegli anni come resistenza in retroguardia: Franco Battiato con la sua distanza ironica, Fossati con il disincanto, Gaber con i monologhi sul consumismo, tutti contro il coro. Tutti presenti, tutti inascoltati.

Forse adesso qualcuno ascolta.

O forse è solo un lunedì di marzo in cui ha vinto il NO.

Questo articolo fa parte del progetto Musica, Linguaggio, Ambiente.

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1 ha pensato a “Gli anni Ottanta sono finiti. Forse.”

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