Franco Battiato – Il Lungo Viaggio: la RAI trasforma il Maestro in un santino
Reading Time: 7 minutesUn film pensato per Rai 1 che funziona esattamente come è stato pensato: tre milioni di telespettatori, Dario Aita bravo, e Battiato ridotto a un arco narrativo da romanzo di formazione. Con una bugia nel finale che vale più di mille critiche. Voto: anche molto meno di 5
Franco Battiato pubblicità divani Busnelli foto Gianni Sassi 1971
Ciccio si rompe il naso
Ho visto Franco Battiato – Il Lungo Viaggio su RaiPlay, versione uncut. Centodiciannove minuti. Li ho finiti tutti, con la pazienza di chi sa che certe delusioni vanno onorate fino in fondo, almeno per poterne parlare con cognizione di causa.
Poi ne ho parlato con un amico a cui il film era piaciuto. Gli ho detto che, a voler essere generosi, il film si poteva riassumere così:
Prologo: Ciccio si rompe il naso.
Capitolo 1: Ciccio con la permanente.
Capitolo 2: Ciccio senza la permanente.
Finale: La mamma di Ciccio prepara il caffè.
Voto: 5. Generoso.
Il problema non è Dario Aita
Chiariamo subito una cosa, perché sarebbe disonesto non farlo. Dario Aita è bravo. Molto bravo. Costruisce un Battiato filtrato attraverso lo sguardo affettuoso di chi lo ha amato, senza cadere nell’imitazione da Tale e Quale Show. Canta i brani in prima persona, da Fetus a La cura, passando per Bandiera bianca e Centro di gravità permanente, e ci mette dentro qualcosa di vero. La nipote Cristina Battiato, al provino, è scoppiata in lacrime per come muoveva le mani. Non è un dettaglio da poco.
Il problema non è lui. Il problema è tutto quello che gli viene messo intorno.
La fabbrica dei santini
Franco Battiato – Il Lungo Viaggio è un prodotto Rai Fiction e Casta Diva Pictures, scritto da Monica Rametta e diretto da Renato De Maria. La sceneggiatrice Rametta ha nel curriculum Mia Martini – Io sono Mia, La bambina che non voleva cantare su Nada, Laura Pausini – Piacere di conoscerti. È la mano ripetuta del biopic musicale RAI, lo stampo collaudato: prendi un’icona della musica italiana, costruiscici attorno un arco narrativo da romanzo di formazione, mettici dentro il rapporto con la madre, qualche amore pudico, il sogno inseguito. Funziona per Sanremo. Funziona per il pubblico che si emoziona ancora per il Festival, non per la musica, ma per il gossip e per le lacrime sul palco.
Battiato era un’altra cosa. Era la persona meno adatta di chiunque altro a questo formato. Lo sapeva anche Rametta, che ha dichiarato di aver inizialmente rifiutato il progetto proprio perché “Battiato non è un personaggio canonico”. Poi ha accettato. E ha scritto un biopic canonico.
Gli anni ’60 non esistono. E Stockhausen rimane un aneddoto.
Il film parte dall’infanzia siciliana anni ’50 e salta direttamente a Milano con Ciccio già adulto e già con la permanente. Gli anni ’60, quelli del Battiato che si esibiva al Club 64, che incontrava Giorgio Gaber, che incideva i primi singoli di canzone leggera, che capiva dall’interno come funzionava il pop per poi smontarlo, praticamente non esistono se non quando “Ciccio” cerca cibo nel frigo di Gaber e Ombretta Colli. C’è un accenno fugacissimo, nei dialoghi con l’etichetta che stampava il Battiato elettronico da Fetus in avanti. Accenno. Una riga. Poi si va avanti.
L’incontro con Karlheinz Stockhausen nel film c’è. C’è la scena, c’è la confessione imbarazzante: “Maestro, io non so leggere la musica”, c’è probabilmente anche qualche momento di colore biografico. Ma poi il film lo abbandona lì. Come se Battiato fosse tornato a Milano con una storia divertente da raccontare agli amici, invece che con l’imperativo di rifondare completamente il suo rapporto con la musica.
Perché quello che il film non mostra è la conseguenza. Stockhausen non era un’apparizione mistica nel percorso di Battiato: era il compositore che lo aveva smascherato, che gli aveva detto che non poteva continuare a fare pop per tutta la vita, e che lo aveva spinto a studiare solfeggio e teoria. Battiato tornò in Italia e studiò davvero. E nel 1978 vinse il Premio Stockhausen al Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo con L’Egitto prima delle sabbie — disco che programmavo in radio sul finire dei ’70, due lunghe composizioni per pianoforte solo, minimalismo radicale, quattordici e diciotto minuti di note ripetute nel silenzio. Un disco che per poco non fece fallire la Ricordi. Un disco che in Italia non aveva precedenti. E che in radio, quando lo programmavo, si domandavano se fossi pazzo o cosa.
Nel film non viene citato. Né L’Egitto prima delle sabbie né nessuno degli album che raccontano quella trasformazione. La causa, l’incontro con Stockhausen, viene mostrata come aneddoto pittoresco. L’effetto, la rifondazione intellettuale di Battiato come compositore, sparisce. È peggio di un’omissione totale: il film mostra la scintilla e cancella l’incendio.
Fleur Jaeggy, la spiritualità e il formato che non li contiene
C’è poi Fleur Jaeggy. Scrittrice svizzera tra le più raffinate della letteratura europea, moglie di Roberto Calasso — l’uomo che ha costruito Adelphi — e collaboratrice artistica di Battiato, il cui testo è dentro Le aquile. Nel film è una presenza costante, e questo va riconosciuto. Ma è trattata come una figura romantica pudica, un’amica-amore mai dichiarato, una spalla emotiva. Chi era davvero, cosa rappresentava nell’orbita intellettuale di Battiato, il fatto che si ritrovassero a giocare a poker a casa Gaber e Ombretta Colli mettendo in palio i libri di Adelphi — tutto questo il film lo lascia sullo sfondo, come se fosse colore biografico invece che sostanza.
E la stessa cosa vale per la spiritualità. Che è il filo che tiene insieme tutto — dal periodo elettronico fino a La cura, passando per il sufismo, Gurdjieff, la meditazione trascendentale. Nel film c’è l’Etna sullo sfondo, qualche momento di raccoglimento, un’aura mistica generica. Ma la spiritualità di Battiato non è decorazione: è la struttura portante del suo pensiero, è il motivo per cui la sua musica suona come suona. Il formato scelto — romanzo di formazione sentimentale-familiare per Rai 1 alle 21:30 — semplicemente non la contiene. Non è una distrazione. È una scelta di campo.
Il pop di Battiato non è mai stato una resa
C’è un’altra cosa che il film non capisce, o finge di non capire. Il ritorno alla forma-canzone, da L’era del cinghiale bianco in avanti, fino a La voce del padrone, non è la storia di un artista che “finalmente si fa capire dal pubblico”. È la storia di qualcuno che aveva sempre battuto le strade del pop, anche quando faceva musica sperimentale. Anche nei dischi più ostici degli anni ’70, certe melodie del cantato erano quanto di più pop ben fatto si potesse ascoltare in quel decennio in Italia. Battiato era un anticipatore del suono degli anni ’80 e oltre: non un convertito al commerciale.
La prova più concreta è nel film stesso. C’è una scena in sala di registrazione in cui Dario Aita canta la title track di Fetus, e il brano è di una bellezza e di una immediatezza melodica disarmanti. Poppissimo, nel senso più nobile del termine. Quella voce, quella melodia, quegli arrangiamenti: siamo nel 1972 e Battiato stava già scrivendo il manuale del pop colto italiano che avrebbe dominato il decennio successivo.
Chi vuole una conferma ulteriore può andare su YouTube a cercare l’esibizione del settembre 1972 al programma RAI — titolo del segmento: “Battiato Pollution”. In studio, la band indossa maschere con la faccia di Battiato, distribuite anche al pubblico. Battiato esegue Energia e poi Meccanica, entrambe da Fetus. Il pubblico non capisce bene cosa stia succedendo. Qualcuno tiene la maschera davanti alla faccia per nascondere l’imbarazzo. Era uno happening, un atto situazionista, qualcosa che in Italia non aveva precedenti. Eppure in quei brani c’era già tutto — la melodia, il groove, la tensione verso qualcosa di grande. Non è un caso che Pollution, l’anno dopo, arrivasse al decimo posto in classifica.
Il film mostra la scena di Fetus per un istante e poi la abbandona, esattamente come abbandona Stockhausen. Mostra la scintilla. Poi spegne la luce.
Lo stesso Battiato lo disse chiaramente, in una delle sue battute più affilate: quando gli rimproveravano che fare musica sperimentale fosse “più facile” che scrivere canzoni, lui rispose che voleva dimostrare il contrario. E lo dimostrò. Il passaggio non era una resa. Era una sfida diversa, consapevole, scelta.
Il film invece racconta il successo come una svolta, quasi una concessione. Il passaggio “commerciale” ha il sapore di qualcuno che decide di scendere a patti. Una lettura non solo riduttiva: sbagliata.
La bugia di La cura
Il finale è dove il film commette il suo errore più grave. La sequenza è questa: la madre Grazia guarda in TV il concerto tenuto da Battiato in Vaticano nel 1989, insieme alle amiche, prepara il caffè. Si sente male, “è solo un calo di pressione” dice per rassicurare il figlio preoccupato al suo capezzale. Poi la scena successiva, si sposta in giardino con i ricordi dei due: Battiato che costruisce il testo di La cura, con la musica in sottofondo che sale fino ai titoli di coda.
Il messaggio è chiarissimo: La Cura nasce dall’angoscia per la madre malata. Dal legame simbiotico con lei. Dal figlio che vuole “guarirla”.
È una bugia narrativa bella e buona.
Grazia Battiato muore nel 1994. La Cura esce nel 1996, nell’album L’imboscata, con un testo scritto insieme al filosofo Manlio Sgalambro. È un brano che parla del Sé, del viaggio interiore, dell’esoterismo, non della madre. E Sgalambro nel film non esiste. Sparito. Il sodalizio intellettuale più importante degli ultimi vent’anni della carriera di Battiato, quello che ha prodotto L’imboscata, Gommalacca, Ferro battuto, viene cancellato per fare posto a una genesi sentimentale e filiale completamente inventata.
Prendere il brano più amato di Battiato, quello che tre milioni di telespettatori di Rai 1 riconoscono dopo due note, e incollarlo dove fa più effetto emotivo, indipendentemente da quando è stato scritto, da cosa parla, da chi lo ha scritto, è esattamente il tipo di operazione che Battiato ha combattuto per tutta la vita. Lui che aveva detto: “Del successo non me ne è mai importato nulla. Non ho mai compiaciuto nessuno.”
La RAI lo ha compiaciuto per lui. Postumo.
Un paradosso che vale più di mille recensioni
Battiato era stato anche regista. Perduto amor, premiato ai Nastri d’Argento nel 2004. Documentari. Videoclip con uno sguardo obliquo e indecifrabile. Sapeva benissimo cos’è il cinema. Sapeva smontare le convenzioni narrative con la stessa leggerezza con cui smontava le convenzioni musicali.
Affidarne la vita al format del biopic televisivo Rai Fiction, per quanto con buone intenzioni, per quanto con la benedizione della famiglia, è un cortocircuito che il film non riesce mai a risolvere. Lo sentono tutti, anche i critici più benevoli: “la sensazione che Battiato resti, ancora una volta, altrove, inafferrabile.” Lo scrivono come se fosse un pregio. Come se l’inafferrabilità fosse una qualità del film.
È invece la sua condanna.
Un artista che aveva costruito tutta la sua identità sul rifiuto di essere fagocitato dal sistema dell’intrattenimento nazionalpopolare finisce in un biopic Rai 1 tra Peppino di Capri e Mia Martini. Il sistema fagocita tutto. Anche chi aveva dedicato la vita a non farsi fagocitare.
La scena più onesta del film
C’è una scena nel film in cui Battiato si arrabbia con Gianni Sassi perché lo ha usato senza dirgli nulla per una campagna pubblicitaria di divani. È l’unica scena in cui il protagonista si ribella davvero a qualcosa. E riguarda esattamente questo: essere ridotto a immagine, a superficie, a strumento di qualcos’altro. Il resto del film non se ne accorge.
Voto: anche molto meno di 5
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