Lo Stato Sociale a Sanremo 2018: avevo capito male
Reading Time: 5 minutesNel 2018 avevo liquidato “Una vita in vacanza” come qualunquismo travestito da impegno. Il disco che la band ha pubblicato cinque anni dopo dice che quella salita all’Ariston era la mossa giusta, e che la seconda no. Con il 1974 di Enzo Del Re e il precedente di Vasco Rossi, respinto due volte dalle giurie.
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Nel febbraio 2018 ho scritto due articoli sul Festival di Sanremo, uno di seguito all’altro, e nel primo ho sbagliato un giudizio. Riguardava Lo Stato Sociale e la canzone che avevano portato all’Ariston, Una vita in vacanza. La definii una canzoncina carica di qualunquismo travestita di impegno, e chiusi il ragionamento sostenendo che alla fine li premiamo anche, come genitori che danno il sei politico al figlio per non disturbargli l’equilibrio.
Il premio esisteva davvero. Arrivarono secondi dietro Ermal Meta e Fabrizio Moro, il singolo andò primo nelle vendite, e si presero il Premio della Sala stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla. Il sei politico c’era, e lo assegnava la sala stampa di radio, televisioni e web: il perimetro dentro cui lavoro anch’io. Sul resto avevo ascoltato il nastro al rovescio.
Il difetto del nastro originale
L’accusa di travestimento cade da sola. Quella canzone dichiara la propria pigrizia dal titolo in giù, e chi l’ha scritta la presentava come una riflessione sul non vivere il lavoro come un obbligo. Nessun impegno mascherato, nessun contrabbando. Il testo faceva esattamente quello che diceva di fare.
Quello che avevo davanti era un’altra cosa: il posizionamento intorno alla canzone. Un nome che evoca il welfare, un’etichetta indipendente, dieci anni di centri sociali, e poi il palco più NaziPop che l’Italia possiede (contrazione di nazionalpopolare, per citare Vanni Masala). Ho letto quella distanza come un imbroglio, e la distanza era invece il progetto. In sala prove, raccontano, c’era un cartello con una data e il nome del Festival. Il riferimento che dichiaravano erano gli Elio e le Storie Tese del 1996, La terra dei cachi, quindi il cavallo di Troia stava nel piano da anni e lo dicevano ad alta voce.
Andarci fu la mossa giusta. Cinque persone di Bologna hanno portato dentro la macchina una canzone sul diritto a non identificarsi col proprio lavoro, e la macchina le ha applaudite, votate, mandate in classifica. Nel 1966 svuotare una canzone richiedeva un lavoro editoriale, un giornalista, una linea da imporre dall’esterno. Nel 2018 il meccanismo ha una tecnica più economica: abbraccia.
Lo stesso tema nel 1974
Quel diritto a non identificarsi con il proprio lavoro ha in Italia un antecedente preciso. Enzo Del Re, di Mola di Bari, incide Lavorare con lentezza nel 1974, dentro l’album Il banditore. Si accompagna battendo su una sedia, e per i concerti chiede come cachet il salario giornaliero di un metalmeccanico. Nel 1976 Radio Alice adotta il brano come sigla di apertura e chiusura delle trasmissioni, e nel 2004 Guido Chiesa e i Wu Ming ne prendono il titolo per il film sulla radio bolognese.
Se quel brano sia un riferimento consapevole di Una vita in vacanza non lo so dire, e nessuno della band lo ha mai citato. Il testo del 2018 è però costruito su un intreccio continuo di rimandi ad altre canzoni, quindi la possibilità resta aperta. A me lo ricorda, e tanto basta per metterli uno accanto all’altro.
La distanza tra i due dice tutto. Del Re rallenta il ritmo dentro la fabbrica, parla di salute e di nocività, indirizza il rifiuto ai padroni e chiude salutando a pugno chiuso. Il conflitto ha due parti e sono entrambe nominate. Quarantaquattro anni dopo lo stesso tema arriva sul palco come un elenco di mestieri, dal cuoco stellato all’influencer, e il rifiuto diventa il desiderio privato di chiamarsi fuori. Il padrone è uscito dall’inquadratura.
Lo stesso contenuto, restituito come stato d’animo individuale.
E c’è una coincidenza geografica che vale come indizio. Del Re diventa la sigla di una radio libera di Bologna nel 1976. Lo Stato Sociale nasce nel 2009 da tre dj di Radio Città Fujiko, un’altra radio di Bologna, dalla quale passa da anni anche una mia trasmissione. Trent’anni separano le due emittenti, la città è la stessa, e nel passaggio il tema ha perso il suo antagonista.
Cosa dice il disco arrivato dopo
Il conto lo hanno fatto loro, cinque anni più tardi. Stupido sexy futuro esce il 5 maggio 2023 ed è il primo album di inediti dopo quel Festival. Presentandolo hanno detto che qualcuno voleva da loro un tormentone dell’estate, e hanno aggiunto di non essere tagliati per il successo.
Il pezzo che serve qui è Fottuti per sempre, con Vasco Brondi, che Rolling Stone ha letto come la loro Avvelenata (canzone di Francesco Guccini del 1976, guarda caso un altro emiliano, scritta per rispondere a un critico che lo aveva dato per finito). La canzone si apre citando un loro brano vecchio e ripercorre l’idea di poter cambiare qualcosa con la musica, il mondo che cambia loro, la decisione di andare al Festival. E lì dentro c’è la distinzione che a me nel 2018 mancava: la prima salita all’Ariston vale come irruzione in un posto che non ti attendeva, dalla seconda fai parte dell’arredamento.
Sono loro a certificare che l’operazione funzionava una volta sola, e che quella volta era il 2018. Il ritorno del 2021 con Combat Pop è l’errore, e nel giudizio severo che avevo allora quella parte regge ancora. La macchina la puoi attraversare. Abitarla ti trasforma in mobilio.
Il precedente sta nel 1982
Il modello di quella manovra ha quarantaquattro anni e riguarda, anche lui, la stampa.
Vasco Rossi sale sul palco dell’Ariston nel 1982. Ha quattro album alle spalle e un pubblico che ha superato i confini emiliani senza arrivare alla platea televisiva. Ci va perché Gianni Ravera gli offre quella platea lasciandogli mano libera, e ci va da solo: nessuno dei suoi collaboratori, Guido Elmi compreso, vuole accompagnarlo, perché non ci credono. La canzone che porta, Vado al massimo, risponde a Nantas Salvalaggio, il giornalista che lo aveva definito drogato. Quel tale che scrive sul giornale è lui. Arriva in finale e chiude tra gli ultimi della classifica generale. Di quella sera racconta lui stesso un dettaglio: alla fine dell’esibizione si infila il microfono in tasca per consegnarlo dietro le quinte, il filo è troppo corto, e il microfono cade sul palco con un tonfo.
Nel 1983 torna con Vita spericolata e prende 1.932 voti, venticinquesimo su ventisei finalisti. Ultimo arriva Pupo con Cieli azzurri, e conviene ricordarlo perché la leggenda dell’ultimo posto di Vasco Rossi circola da decenni senza essere mai stata vera. Nella serata finale esce di scena prima che il brano sia finito.
Le giurie lo respinsero due volte. Le due canzoni diventarono inni e ci sono rimaste.
Quello che misura la differenza
Trentasei anni separano le due operazioni, e il confronto dice qualcosa che il mio pezzo del 2018 non poteva vedere.
Vasco Rossi entrò nella macchina e la macchina lo sputò fuori. Il rifiuto gli fece da conservante: le canzoni uscirono intatte proprio perché il Festival le aveva rigettate, e quel rigetto certificava che stavano dicendo qualcosa. Lo Stato Sociale entrò e la macchina li accolse, li premiò, li mandò primi in classifica, e dopo cinque anni loro hanno scritto una canzone per raccontare cosa era costato.
Un meccanismo che respinge lascia intere le cose che respinge. Un meccanismo che abbraccia le assimila senza doverle correggere, e risparmia la fatica della censura. È la stessa economia che nel 2026 permette di eliminare una gara per giovani perché le scelte si compiono altrove, in uffici e mesi lontani dal palco, e la selezione avviene molto prima che qualcuno chiami in causa un algoritmo.
Il mio errore del 2018 sta qui, e vale più della singola canzone su cui l’ho commesso: ho cercato la Linea Verde dove non c’era più bisogno di applicarla. La cercavo nel testo, nella scrittura addolcita, nel messaggio annacquato, e cioè nel punto in cui operava sessant’anni prima. Nel 2018 il testo poteva dire quello che voleva. Bastava la cornice.
Resta aperta una domanda che i due articoli del 2018 non ponevano e che questa rilettura non chiude: se un palco così si può ancora usare, quante volte, e cosa succede a chi ci resta. Cinque persone di Bologna hanno provato a rispondere andandoci due volte. La seconda risposta l’hanno data nella prima strofa di una canzone del 2023.
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