African Reggae e Jah War: il reggae come atto politico
Reading Time: 5 minutesBerlino Est e Southall, 1979. “African Reggae” della Nina Hagen Band e “Jah War” dei Ruts non si conoscono, non si citano. Eppure condividono la stessa scelta: usare il reggae come lingua franca della resistenza. Questa è la seconda puntata de I Miei Dischi Alla Radio.
Berlin, R.F.A (1979) - Nina Hagen - © Alain Bizos Zone contenant les pièces jointes.jpg
Due brani. Due geografie. Una sola frequenza.
C’è una lista che non farò mai. Te l’ho già detto, la volta dei Talking Heads. Chiedere a chi ha consumato più puntine dei giradischi che scarpe di scegliere “i suoi cinque brani preferiti” è sadismo puro. La classifica non esiste. O meglio, esiste come una comune anarchica dove tutti i brani stanno al primo posto.
Però si può tornare su quel gradino. Di tanto in tanto. Per un brano, o per due come questa volta, che si prendono lo spazio con una prepotenza quasi arrogante. Che azzerano tutto il resto.
Questa è la seconda puntata. E stavolta il viaggio parte da due posti diversi contemporaneamente.
Berlino Est, 1979. Londra, Southall, 1979. Due punti su una mappa che non si toccano mai. Eppure, se metti su “African Reggae” della Nina Hagen Band e subito dopo “Jah War” dei Ruts, qualcosa di strano accade. Il filo si tende. Diventa visibile.
Queste due canzoni nascono da impulsi distanti, da geografie opposte, eppure condividono la stessa scelta: usare il reggae come lingua franca della resistenza. Come codice. Come atto politico.
Berlino: il Disagio che Balla
Prima di tutto, bisogna capire cosa significa Unbehagen. Significa disagio, in tedesco. È il titolo del secondo album della Nina Hagen Band, uscito nel 1979. È anche il nome d’arte di Nina. Il disagio come identità. Il malessere come firma.
Nina Hagen, nata Catharina Hagen a Berlino Est nel 1955, arriva al punk per necessità biografica, prima ancora che per scelta musicale. È figlia di Eva-Maria Hagen, attrice popolarissima nella DDR, e figliastra di Wolf Biermann, cantante e intellettuale dissidente, espulso dalla Germania Est nel 1976 per le sue posizioni contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Nina lo segue a Ovest. Si trasferisce a Londra. Incontra i Sex Pistols. Incontra Vivienne Westwood. Poi torna a Berlino Ovest con qualcosa di nuovo appiccicato addosso.
“African Reggae” nasce in questo contesto. È il brano che trascina Unbehagen fuori dalla Germania. Musicalmente è irresistibile: una base dub cadenzata, il basso sinuoso di Bernhard Potschka e Reinhold Heil, e sopra quella voce, quella voce, che apre con una battuta sull’odore della cannabis e un avvertimento: stai attento a non farti beccare. Perché loro ti stanno dietro. La società che affoga nell’alcolismo ti perseguita per un po’ d’erba. Il paradosso è tutto lì, e Nina lo canta senza rabbia. Lo canta ballando.
Il testo va però più in profondità. A un certo punto Nina invoca la cultura rastafari, cita Bob Marley, dice di voler andare in Africa. È la romanticizzazione di una cultura altra, quella tensione tipica dell’Europa punk bianca verso il reggae come musica di liberazione.
E poi, quasi subito, si ferma. Si corregge. Si chiede: “Was soll ich denn aber in Africa als Frau?”, cosa ci andrei a fare io in Africa, come donna, quando l’uomo nero castiga e castra la donna nera? È un passaggio scomodo. Durissimo. Raro per il 1979. Nina spezza la propria romanticizzazione dall’interno, con una domanda che fa male. Una crepa. Ed è quella crepa a rendere la canzone qualcosa di più di un inno al fumo.
La registrazione del brano porta con sé una storia a parte. I rapporti tra Nina e i musicisti della band si erano ormai deteriorati. Nina non si presentò in sala di registrazione. I musicisti registrarono tutto senza di lei. La voce fu incisa separatamente, in seguito. Due metà che non si guardano negli occhi, eppure il risultato tiene. Come se il disagio avesse trovato la sua forma esatta.
Southall: Quando il Dub Diventa Testimonianza
Stesso anno. Altra città. Altro tipo di disagio.
Il 23 aprile 1979, giorno di San Giorgio, non a caso scelto dal National Front per marciare, il quartiere di Southall, nella Londra ovest, è teatro di quello che passerà alla storia come i Southall Riots. Il National Front aveva annunciato una riunione elettorale alla Southall Town Hall: un atto provocatorio in uno dei quartieri con la più grande comunità asiatica del Regno Unito. La comunità locale insorse. L’Anti-Nazi League scese in piazza. La polizia, in particolare la controversa Special Patrol Group, intervenne con violenza inaudita.
Trecentocinquanta arresti. Decine di feriti. E un morto: Blair Peach, insegnante di sostegno neozelandese, attivista dell’Anti-Nazi League, colpito alla testa da un agente della SPG con un’arma non autorizzata, un manganello piombato secondo l’inchiesta interna della polizia, tenuta segreta per trent’anni. Nessuno fu mai condannato.
Quella stessa notte, la polizia irruppe nella sede di People Unite, il collettivo della banda reggae Misty in Roots che era stato usato come quartier generale degli anti-fascisti. L’irruzione fu brutale. Strumenti distrutti. Clarence Baker, il manager di Misty in Roots, fu picchiato alla testa e cadde in coma.
I Ruts erano parte di People Unite. Malcolm Owen, Paul Fox, Segs Jennings e Dave Ruffy suonavano da anni con Misty in Roots, frequentavano Southall, conoscevano Clarence Baker. “Jah War” nasce dentro quei fatti, non sopra di essi. “Clarence Baker, no trouble maker, said the truncheon came down, knocked him to the ground, said the blood on the streets that day.”
La musica è puro dub. Sette minuti di reggae lento, ipnotico, pesante come una sentenza. Un brano radicalmente diverso dal punk incendiario di “Babylon’s Burning”. Come disse Segs anni dopo, fu “commercial suicide” pubblicarla come singolo. Una sola passata su Radio 1, poi silenzio. “Qualcuno sentì il testo e capì che la SPG era sotto indagine. E noi ci avevamo fatto su un singolo. Non ci avevamo neanche pensato.” Bandita informalmente dalle radio britanniche. Come se nominare i fatti fosse il vero crimine.
Il Filo
“African Reggae” e “Jah War” abitano mondi distanti sulla carta. Una è una canzone berlinese sulla cannabis, cantata da una donna con una voce che attraversa decenni di lirica europea e li rimette insieme in modo completamente nuovo. L’altra è la cronaca in forma di dub di una violenza di stato nella periferia ovest di Londra.
Entrambe scelgono il reggae, musica di resistenza jamaicana, nata tra oppressione e fede rastafari, come veicolo per dire cose che la musica del circuito ufficiale non avrebbe detto. Nel 1979, nell’Europa punk, il reggae era già politico per definizione. Bob Marley era ovunque. Il dub di Lee “Scratch” Perry stava cambiando il modo in cui i ragazzi bianchi di Londra e Berlino pensavano al ritmo, allo spazio, alla voce. E quella grammatica parlava di oppressione, di resistenza, di sopravvivenza, un linguaggio che riconoscevano.
Nina ci arriva per affinità istintiva. I Ruts ci arrivano attraverso le persone: Misty in Roots li ha introdotti alla musica durante le sessioni informali di Southall, le notti passate insieme, i concerti di Rock Against Racism. In entrambi i casi, però, rimane la consapevolezza del confine. Il reggae appartiene a un’altra storia.
Nina lo dichiara dentro la canzone stessa, con quella domanda spezzata: cosa ci andrei a fare io, donna bianca, in Africa? I Ruts lo fanno restando al loro posto: parlano di quello che hanno visto con i propri occhi, di quello che è successo alle persone che conoscevano. “The messages were, of course, political, but they were very much coming out of the experiences of us and our friends”, dirà Segs in un’intervista del 2013.
Due posizioni oneste. Distanti, ma sulla stessa frequenza.
1979: L’Anno che Non Smette
Il 1979 brucia ancora. È l’anno in cui Margaret Thatcher vince le elezioni in Gran Bretagna. È l’anno in cui il punk cede terreno al post-punk, al dub, al reggae bianco. L’anno in cui qualcosa capisce che la rabbia veloce da sola non arriva abbastanza lontano. Il reggae è lento. Il dub è spazio. E nello spazio ci puoi mettere tutto quello che hai da dire.
Malcolm Owen dei Ruts morirà di overdose di eroina il 14 luglio 1980. Aveva 26 anni. Secondo quanto riportato da Record Collector Magazine in un’intervista a Segs, il giorno prima aveva incontrato i compagni di band. Sembrava stesse risalendo. Parlava di tornare a suonare. Segs e Ruffy tornarono a casa sollevati. La mattina dopo ricevettero la telefonata.
Nina Hagen sarebbe sopravvissuta a tutto. Alla DDR, al Muro, alla droga, all’eccesso, alla fama e all’oblio. Come scrisse Giovanni Lindo Ferretti di “African Reggae”, riportato da Cinque Passi al Mistero: “Una voce straordinaria per un momento straordinario. Nel bel mezzo della storia, galleggiando sulla cronaca.”
Galleggiare sulla cronaca. Senza affondare.
Forse è questo che fa la musica, quando è davvero musica.
