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Francamente: Bitte Leben

Reading Time: 5 minutesBitte Leben è il disco d’esordio di Francamente, cantautrice torinese trapiantata a Berlino e ora a Milano, pubblicato per Carosello Records. Quattro testi analizzati uno per uno: Battiato nel metodo, Battisti nella melodia, Mogol completamente assente. E una voce che sa già cosa fare dei propri fantasmi.

Francamente cantautrice italiana album Bitte Leben Carosello Records 2026

Francamente cantautrice italiana album Bitte Leben Carosello Records 2026

Reading Time: 5 minutes

I fantasmi giusti

Ascoltando Bitte Leben, il disco d’esordio di Francamente per Carosello Records, prima o poi arriva il momento in cui riconosci qualcosa. Un’atmosfera, un gesto sonoro, una costruzione melodica che appartiene a qualcun altro. I nomi sono quelli di Franco Battiato, Lucio Battisti, Alice, Giuni Russo. Quattro presenze ingombranti che abitano questo disco.

La questione è capire cosa ci fanno lì.

Francesca Siano, nome anagrafico dietro il progetto Francamente, è torinese, ha studiato filosofia politica, ha fatto anni di busking a Berlino, fa parte del collettivo transfemminista Canta Fino a Dieci. Il suo non è il profilo di chi usa Battiato come sfondo decorativo. Lei stessa dichiara apertamente i propri riferimenti: il cantautorato italiano degli anni Ottanta con Battiato, Alice e Giuni Russo, ma anche Kate Bush, Lola Young, New Order, The Cure, Tame Impala. Una palette molto più larga di quanto i singoli radiofonici facciano intuire.

Nel video di 5 di mattina c’è un balletto, qualche passo di danza, che richiama immediatamente Battiato: gesti ieratici, misurati, quasi rituali. Ma il contesto è l’opposto esatto di quello battiatesco. Battiato nei video abitava spazi vuoti, astratti, cosmici, il rifiuto deliberato del mondo contingente. Qui siamo in traffico urbano, Milano zona Stazione Centrale, nel rumore della città reale. Il sacro calato nel prosaico, invece del sacro che fugge dal prosaico. La citazione, se tale è, ribalta il senso del modello invece di riverirlo.

Battisti sì, Mogol no

Il punto fermo da stabilire subito riguarda Battisti. La lezione che Francamente ha assorbito è quella musicale e melodica: il modo in cui un ritmo ha sempre qualcosa di leggermente inatteso, la melodia che ti prende fisicamente prima che il testo ti raggiunga. Su questo impianto costruisce testi che vengono da un mondo culturale e politico completamente diverso da quello di Mogol.

Mogol ha costruito per decenni un immaginario sentimentale che ha formato generazioni di italiani: la donna come oggetto dello sguardo maschile, l’amore come possesso, l’emozione come unica categoria del reale. Un sistema coerente e pervasivo, tanto più efficace quanto più era invisibile dentro melodie che non si dimenticano. Le conseguenze sulla cultura popolare italiana si misurano ancora. Purtroppo.

Francamente costruisce dall’opposto esatto: un punto di vista situato, corporeo, femminile, queer. Quando scrive della casa dei nonni, dell’adolescenza in periferia, dei legami familiari, lo fa dall’interno di quella esperienza. Particolarizza dove lui generalizzava, abita dove lui osservava dall’esterno. Il confronto con Battisti regge sul piano musicale, si ferma lì. I testi vengono da altrove.

I testi, uno per uno

5 di mattina

Il singolo estratto dal disco. Le immagini sono precise e quasi neorealiste: “la Punto Blu di mio padre / le ruote griffate / sembra un’astronave / con la vernice a metà”. Quattro righe che fotografano una classe sociale, un’aspirazione, una periferia intera senza mai nominarle.

“Ma da qui si vede il centro” è il verso più riuscito del brano: tre parole che contengono tutta la tensione tra margine e desiderio, senza retorica. Stai ai margini ma vedi dove vorresti arrivare, e il testo non dice se ci vuoi arrivare davvero.

Le ripetizioni, “pallidi pallidi”, “margini margini”, “alberi alberi”, non sono un espediente melodico. Sono un effetto fisico di stanchezza, di notte finita, delle cinque del mattino nell’ora in cui si sente l’ora nel modo in cui è scritto. Quella tecnica della frase che si svuota e si ricarica è più Battiato che Battisti: il Battiato mantrista, quello che usava la ripetizione come ipnosi.

La casa dei miei nonni

Qui il ritmo ha quella leggerezza apparente che nasconde qualcosa di più pesante sotto. La struttura richiama il Battisti di Amarsi un po’, con il tempo alzato di una tacca. Il testo però è un’altra cosa: “tenersi distanti ma con i gesti riflessi”, “amarsi così tanto ma farlo da lontano” è una riflessione sulla famiglia come specchio genetico da cui non si sfugge mai, anche quando ci si allontana fisicamente. Per chi ha vissuto Torino, Berlino, Milano in sequenza, è autobiografico, ma scritto in modo da non restarci chiuso dentro.

Le immagini concrete, il citofono, mia sorella che scende, nonno col cappello in mano, i venditori di pesche, mio nipote che piange, mostrano senza spiegare. Sono dettagli che vedi, non ti vengono raccontati.

Cattedrale

Qui Alice si sente con forza, e in modo specifico: Alice nel periodo Battiato, quello di Il vento caldo dell’estate, Una notte speciale. La voce che portava testi apparentemente semplici in territori emotivi sospesi, sacri senza essere religiosi.

“Come Giordano Bruno nel ‘600 / prendo fuoco pur di stare al centro di Roma“: Giordano Bruno e Giovanna d’Arco non sono citazioni erudite fini a se stesse. Sono modi per dire “brucerei per te” con una scala emotiva che il linguaggio quotidiano non reggerebbe. Lo stesso meccanismo di Battiato, applicato però a una prospettiva femminile e queer che sposta tutto il significato.

“Balla qui non ci possono sentire / balla qui non ci possono colpire” nella chiusura riporta il corpo a terra, alla protezione, alla danza come atto di resistenza. È il momento più suo del brano, il più lontano dai modelli.

Sirene sulla Luna

Il brano più riuscito del disco, ispirato al festival La Luna e i Calanchi di Aliano, la terra aspra e lunare di Carlo Levi. L’attacco, “morbida sui calanchi”, è già tutto: due parole che non spiegano niente e dicono tutto. Un ossimoro geografico ed emotivo che funziona perché non viene spiegato.

La coesistenza di registri molto distanti nello stesso testo senza che stridano, “due fate di notte / con addosso le cicale” accanto a “cinque grammi nelle calze” e “una volante, due ragazzi”, è il meccanismo più battiatesco del disco. Battiato metteva insieme i Sufi e i semafori. Lei mette insieme le sirene mitologiche e la polizia. Stesso principio, mondo completamente diverso.

“Solidali con gli estranei / ma lontane con le mani io e te” è il verso che vale l’intero disco: la tensione tra apertura politica e difficoltà dell’intimità privata, scritta senza commentarla, è perfetta.

Berlino come formazione

Berlino non è una nota biografica decorativa in questo progetto. È una formazione alternativa all’industria: un ecosistema orizzontale fatto di collettivi, club, busking, reti informali che non passano per i gatekeepers tradizionali. Questo si sente nel suono: la cassa dritta dei club berlinesi convive con il cantautorato italiano senza che l’una sopraffaccia l’altro, grazie al lavoro del produttore Goedi (alias Diego Montinaro), con cui Francamente ha costruito il disco in una dimensione che lei stessa descrive come artigianale, quasi da officina quotidiana.

Il paradosso è che questo progetto, così estraneo nelle sue origini alle logiche dell’industria, è ora su Carosello Records, con radio date, uffici stampa e tour organizzati da OTR Live. Carosello negli ultimi anni ha dimostrato un fiuto autentico per progetti coerenti, Emma Nolde, Birthh, Eugenio in Via Di Gioia. Ma il primo disco di debutto su un’etichetta strutturata tende a essere il momento in cui le concessioni al sistema sono più visibili. Il test vero sarà il secondo disco.

Quello che resta

Letti i testi uno per uno, emerge un quadro più nitido di quello che i singoli radiofonici lasciano intuire. Battiato è la presenza più trasversale, non tanto nelle singole immagini ma nel metodo: il salto tra registro alto e basso, il paesaggio come stato emotivo, la ripetizione come ipnosi, il sacro che convive col quotidiano. È una grammatica compositiva interiorizzata, dichiarata apertamente, usata come punto di partenza.

Battisti è nella melodia e nel ritmo, non nei testi.

Quello che né BattiatoBattisti avevano, e che qui si trova, è un punto di vista radicalmente situato nel corpo femminile e queer, nella notte, nell’intimità tra donne, nella periferia vissuta dall’interno. Uno sguardo che abita, non che osserva.

Bitte Leben è un disco d’esordio con i propri fantasmi ancora ben visibili. Ma sa già cosa farsene.