L’algoritmo lo ha inventato la radio
Reading Time: 10 minutesDa noi la musica la sceglie una persona, non un algoritmo. Le radio commerciali lo ripetono da quando lo streaming è diventato il nemico comodo, e l’ordine dei fatti è rovesciato: il clock, il peso, la rotazione e il mood erano già lì, e il software che li governa oggi lo raccontano i fornitori stessi. Il vanto della scelta umana copre un recinto costruito altrove, e lo stesso vale per quello che torna indietro dal pubblico.
Da noi la musica la sceglie una persona. Non un algoritmo, un essere umano, con le orecchie e la sua storia.
Le radio lo ripetono da quando lo streaming è diventato il nemico comodo. Funziona: hai capito che Spotify ti profila, la cosa ti dà fastidio, e qualcuno ti offre la via d’uscita.
Ma l’ordine dei fatti è rovesciato. L’algoritmo non ha insegnato niente alla radio. Ha industrializzato quello che la radio faceva già da decenni, e il network oggi vende come antidoto il modello di cui è stato il prototipo.
La macchina prima della macchina
Prendi la programmazione di una radio commerciale qualsiasi e ascoltala con il cronometro. Un pezzo forte, uno vecchio, uno italiano. Poi di nuovo un pezzo forte, uno vecchio, uno italiano. La griglia si legge a orecchio dopo mezz’ora, e non cambia perché non deve cambiare: è un clock, uno schema orario che assegna a ogni slot una categoria e a ogni categoria un peso.
Non serve credermi sulla parola, perché lo raccontano i fornitori. RCS Sound Software pubblica un caso studio sul gruppo RDS e descrive un’architettura integrata multi stazione e multi sede, basata sui software Zetta e GSelector, attiva insieme sulle sedi di Roma e Milano. Della sezione Goals di GSelector scrive che mostra la naturale domanda delle canzoni con un colpo d’occhio immediato sulla rotazione, e permette di cambiare le proporzioni fra generi musicali, artisti e altre caratteristiche del palinsesto.
Rileggila, quella frase. Una sezione del software si chiama Goals, obiettivi. La domanda di una canzone è un numero che si guarda a colpo d’occhio, e le proporzioni si spostano trascinando un cursore. Il gusto non entra da nessuna parte: entra la rotazione, che è la misura di quanto un brano regge la ripetizione prima di stancare.
Questo è ranking. È esattamente ciò che fa un sistema di raccomandazione: classificare gli oggetti, assegnargli un peso, ordinarli secondo una funzione obiettivo. Solo che qui la funzione obiettivo non è una mia metafora, è una voce di menu. La differenza con la piattaforma sta nella scala, perché la radio lo fa sul palinsesto e la piattaforma lo fa su di te, uno per uno, in tempo reale. La logica è la stessa, e la radio l’ha inventata prima.
Lo stesso sistema gestisce Discoradio, Dimensione Suono Roma, RAM Power, Dimensione Suono Soft. Marchi diversi, motore identico. E il passaggio tra un conduttore in diretta da una sede e il successivo dall’altra è automatico, tanto che, sempre secondo il fornitore, il contatto telefonico fra tecnici che si vede nel video si potrebbe addirittura evitare. La voce umana in onda passa da una città all’altra senza che nessuno tocchi niente.
I claim sono contratti
I claim lo dicono ad alta voce, se li ascolti come si ascolta una dichiarazione contrattuale.
RDS: 100% Grandi Successi. Un manuale di mestiere per aspiranti speaker lo porta come esempio didattico di claim ben costruito, e lo spiega così: in tre parole comunica che non ascolteremo artisti sconosciuti, ma solo canzoni affermate. Non devo dimostrartelo io. Lo dice il settore, con orgoglio, insegnandolo a chi vuole entrarci.
L’emittente lo conferma da sé. Sul proprio sito lo stile viene sintetizzato nello slogan, definito come il format composto solo e completamente di musica, con una playlist accuratamente selezionata tra i grandi successi nazionali e internazionali senza tempo. Poi, nella scheda che descrive l’emittente sulle piattaforme di ascolto, la stessa playlist accuratamente selezionata risulta composta di grandi successi dagli anni Ottanta a oggi. Senza tempo e dagli anni Ottanta a oggi convivono nella stessa autodescrizione, che è un modo involontariamente onesto di dire che il filtro esiste e ha una data di nascita.
Negli anni Novanta la formula era ancora più esplicita, e la racconta il sito dell’emittente: Hit combination, cinquanta per cento musica italiana, cinquanta per cento musica internazionale, uguale cento per cento grandi successi. Il claim è un’equazione, con i suoi addendi scritti accanto.
Radio Italia: Solo Musica Italiana, filtro per nazionalità. Radio Italia Anni 60: quarant’anni di successi italiani e internazionali, filtro per anagrafe. Una radio toscana viene descritta come emittente che trasmette solo i cento grandi successi del momento, in rotazione continua nell’arco delle ventiquattro ore, e anche lì il numero è dichiarato in vetrina.
RTL 102.5 adotta il formato hit radio, che per la programmazione musicale prevede solo ed esclusivamente la messa in onda di grandi successi, italiani e stranieri.
Nessuno di questi claim descrive cosa sentirai. Descrivono cosa non sentirai mai, e tu lo senti come una promessa.
Il clock, del resto, è anche un servizio che si compra. Le società di consulenza radiofonica lo mettono a listino tra le voci offerte alle emittenti, accanto al supporto tecnico e artistico: esiste un mercato della costruzione di griglie, e ci si rivolge a quello come ci si rivolge a un fornitore di jingle.
Il mood è una destinazione d’uso
Un’altra famiglia di claim evita di dirti cosa passa. Ti dice come ti sentirai mentre passa.
RMC è Musica di Gran Classe. Charme, eleganza, raffinatezza. Il motto viene presentato come garanzia di brani selezionati con cura, l’ascolto come morbido, l’atmosfera come sofisticata, e in tutto questo non compare un genere, un anno, un criterio verificabile. Solo uno stato d’animo.
Questa è la grammatica delle playlist, vent’anni prima delle playlist. Relax & Unwind, Chill Hits, Deep Focus: il criterio non è l’artista, il genere o l’epoca, è la funzione emotiva. Un brano entra perché serve a qualcosa. Accompagnare, rilassare, non disturbare. Il mood è una destinazione d’uso, e una musica che ha una destinazione d’uso ha già smesso di essere linguaggio.
Il lato che il claim non canta sta scritto altrove. Nella cartella stampa che Radio Monte Carlo distribuisce a chi compra spazi, la gran classe diventa un dato di segmentazione: l’emittente scelta da chi ha gusto, quella con la maggiore affinità verso l’élite, capace di farsi ascoltare da un target di alto profilo, colto, dallo stile sofisticato. Il gusto è un posizionamento commerciale, dichiarato in un documento per gli inserzionisti. Chi ha gusto, tradotto in lingua contrattuale, significa chi ha reddito.
Il mood non è nato su Spotify. Su Spotify è stato solo automatizzato.
L’umano che sceglie
Resta la domanda che il vanto evita: umano quando.
Chi seleziona in un network sceglie dentro un recinto già costruito. Sceglie tra i pezzi che gli sono arrivati, entro il formato dell’emittente, con la rotazione decisa dal peso e i clock già scritti. La proposta discografica arriva a monte, il posizionamento è deciso altrove, il software esegue. La discrezionalità che resta è quella del cassiere che decide in che ordine passare i prodotti sul nastro.
Il fatto che ci sia una persona non dice niente su chi ha deciso: dice solo dove sta la mano.
Ed è qui che il vanto smette di essere ingenuo e diventa una vendita. Perché non promette una decisione diversa, promette una decisione umana, e conta sul fatto che tu confonda le due cose. Ti vende la mano e ti nasconde il recinto.
Se cerchi la prova che il vanto è una posizione di mercato e non un’idea, la trovi in una campagna pagata. Nel 2022 RTL 102.5 lancia Il potere di essere umani, con un concept dichiarato: riaffermare il potere che nessun computer e nessuna intelligenza artificiale potrà mai superare, cioè la capacità umana di appassionare, emozionare, raccontare. In un’intervista di settore, la responsabile marketing del gruppo lo spiega senza giri: il bello della radio è che ascolti quello che ti piace avendo a che fare con un’offerta creata da esseri umani, diverso il caso delle piattaforme guidate da algoritmi. E aggiunge che i competitor non sono Deejay o 105, sono Spotify e i servizi online.
L’emittente il cui format prevede solo ed esclusivamente grandi successi si posiziona come l’alternativa umana all’algoritmo, e indica come avversario la piattaforma che fa esattamente la stessa cosa sua, con più dati e meno jingle.
Il quadro lo chiude un dettaglio. Alla domanda scomoda sul modello degli speaker intercambiabili, house style e poca personality, la risposta è che nessuno vale più degli altri, che si è tutti insieme, che si lavora in stile Very Normal People. L’umanità come format: persone rese intercambiabili per policy aziendale, messe in campagna a vendere l’insostituibilità dell’umano.
Il ritorno finto
Qualche mese fa, scrivendo di infotainment, ho descritto il meccanismo che tiene in piedi la radio commerciale: lo speaker lancia un tema, quasi sempre preso da ciò che già circola in rete, invita il gruppo WhatsApp dell’emittente a commentare, e rimanda in onda i vocali più rappresentativi.
Rappresentativi di cosa.
È una parola che ho usato io, e non regge. Quei vocali non rappresentano il pubblico. Rappresentano chi ha deciso di scrivere, che è una cosa completamente diversa.
Chiamala minoranza rumorosa, e chiama maggioranza silenziosa tutto il resto. Sotto un post che dà fastidio a qualcuno, venti persone si mettono a insultare e centinaia leggono, magari approvano, e non scrivono niente. Il conto pubblico registra venti. Le centinaia non esistono in nessuna metrica, e chi guarda quel post conclude che il paese la pensa come i venti.
Online quella sproporzione è stata anche misurata. Nel 2006 Jakob Nielsen le ha dato un nome, participation inequality, riprendendo osservazioni di Will Hill ai Bell Communications Research dei primi anni Novanta: in una comunità circa il novanta per cento legge senza contribuire, il nove per cento interviene ogni tanto, l’uno per cento produce quasi tutto. Le percentuali si spostano parecchio da un contesto all’altro, e sono una regola empirica, non una legge di natura. Il meccanismo sotto, invece, è solido, e la statistica lo chiama voluntary response bias: chi risponde spontaneamente non è mai un campione del gruppo, è un campione di chi risponde spontaneamente. Ha l’opinione più forte, la soglia più bassa, il carattere adatto a farsi sentire.
Quei numeri sono nati misurando comunità online e restano lì: la radio ha i suoi problemi e non ha bisogno di prendere in prestito le percentuali di nessuno. Il principio però le appartiene da sempre, e con l’anticipo di mezzo secolo. Chi telefonava non era il pubblico: era chi telefona. Si diceva che una chiamata ne valesse decine, e ognuno aveva il suo numero, sempre diverso da quello del collega, perché nessuno l’aveva mai misurato davvero. Non poteva: le chiamate erano un numero certo, gli ascolti una stima. Il rapporto era un’illazione al quadrato. Ma il principio reggeva anche quando la cifra era leggenda, e dietro una voce ce ne sono molte che tacciono.
Cambiando canale non è cambiato niente. WhatsApp abbassa la soglia, quindi ti scrivono in più. Continuano a essere la minoranza che scrive. La differenza è che lo schermo pieno di notifiche ti convince di stare sentendo la gente, mentre stai sentendo la stessa minoranza di sempre, solo più comoda da citare.
Il cerchio si chiude sull’ultimo passaggio. Lo speaker non legge tutti i messaggi. Ne legge una parte. Sceglie.
Quella scelta è la stessa operazione della macchina che dice di combattere. L’algoritmo promuove ciò che genera reazione perché non sa distinguere la qualità dal volume. Lo speaker promuove ciò che fa spettacolo perché sa benissimo distinguere, e sceglie il volume lo stesso. Fa a mano, con criterio, quello che il sistema fa a caso. Il risultato è identico: la maggioranza che ascolta in silenzio non esiste in nessuno dei due mondi.
La scala
Vale la pena metterle in fila, queste operazioni, perché sembrano diverse e sono la stessa cosa a livelli crescenti di consapevolezza.
Il primo livello è la macchina. L’algoritmo amplifica l’estremo senza saperlo, perché ottimizza l’attività e l’estremo produce attività. Nessuno firma. La piattaforma può sempre dire che è il sistema.
Il secondo è la fabbricazione. Bot, falsi profili, commenti comprati, recensioni scritte da chi vende. Qui il segnale non viene amplificato, viene costruito da zero. È l’apparenza del consenso senza il consenso, e funziona perché la macchina del primo livello non sa fare quella distinzione.
Il terzo è la selezione. Prendere una voce autentica ma statisticamente irrilevante e darle un megafono sproporzionato. Radio 24 manda in onda da anni La Zanzara, che su questo ha costruito un modello dichiarato: si scelgono i personaggi più estremi tra chi chiama, li si lascia sbroccare, si fa spettacolo dello scontro. La voce è vera, la rappresentatività è zero. Chi telefona a quella trasmissione è già la minoranza più esagitata del paese, e viene messo in vetrina come se fosse il paese.
Il quarto è il confezionamento a monte. Non serve nessun canale di ritorno: l’indignazione la produce direttamente la linea editoriale. Titolo aggressivo, taglio orientato, notizia scelta per l’effetto.
Qui i nomi sono in visura. Il Giornale, Libero e Il Tempo appartengono alla famiglia Angelucci, che li controlla attraverso Finanziaria Tosinvest e la Fondazione San Raffaele. Antonio Angelucci ha costruito la sua fortuna nella sanità privata, che vive di denaro pubblico, ed è deputato in carica per la Lega. Libero arriva nel 2001, Il Tempo nel 2016, Il Giornale con il preliminare firmato l’ultimo giorno del 2022, e nel gennaio del 2026 la quota sale ancora con l’acquisto di un ulteriore venticinque per cento dalla holding di Paolo Berlusconi. I maggiori quotidiani vicini al centrodestra stanno sotto un editore solo, che siede in parlamento nella maggioranza che quei giornali sostengono.
Sielke Kelner, ricercatrice dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, in un’inchiesta di Le Monde ripresa da Internazionale, descrive l’obiettivo come la costruzione di un ecosistema dell’informazione filogovernativo, con l’ambizione di far emergere una Fox News all’italiana capace di condizionare l’opinione pubblica. E Alessio Cornia, del Reuters Institute for the Study of Journalism, inquadra il modello: imprenditori che acquisiscono organi di stampa non per il profitto editoriale, ma per esercitare pressioni e favorire i propri interessi in altri settori, dall’immobiliare alla sanità privata. Il giornalismo percepito come strumento di influenza invece che come contropotere.
Come funzioni si è visto nel maggio 2025. Piazza Pulita e il quotidiano Domani pubblicano un’inchiesta sui crediti sanitari della clinica San Raffaele di Velletri. La reazione la racconta Corrado Formigli: i giornali del gruppo si scatenano, ma non contro l’inchiesta, di cui non smentiscono una virgola, e senza mai nominare l’ospedale né i crediti. Si scagliano contro i giornalisti che l’hanno fatta. Nessuna smentita sul merito, indignazione fabbricata sulle persone. Il livello quattro colto sul fatto.
La Verità di Maurizio Belpietro non appartiene a quel gruppo, e la distinzione conta. Perché applica lo stesso schema senza che nessuno glielo imponga dall’alto: nessun editore parlamentare, nessun conflitto sanitario da proteggere, e comunque titolo che grida, avversario del giorno, indignazione come prodotto quotidiano. L’assetto societario spiega il caso Angelucci, ma è un acceleratore, non la causa. Il modello funziona da solo, perché vende.
Il fondo culturale di tutto questo è vecchio di più di un secolo. Gustave Le Bon pubblica Psicologia delle folle nel 1895 sostenendo che la massa non ragiona, si suggestiona, e che ciò che la muove sono l’affermazione ripetuta, la semplificazione e il contagio. La psicologia sociale contemporanea ha smontato buona parte di quell’impianto. Restano due fatti storici: che il libro fu letto avidamente da chi la folla voleva guidarla, dittatori del Novecento inclusi, e che il metodo descritto lì dentro si riconosce ancora oggi, a colpo d’occhio, in una prima pagina.
In cima sta il livello che riguarda la radio, che possiede una cosa che alla piattaforma manca: un filtro umano. Chi conduce decide chi va in onda, ed è l’unica difesa vera contro tutto questo.
Solo che quella difesa si può assumere. La Zanzara è un prodotto in palinsesto. Giuseppe Cruciani è stipendiato per farla, l’emittente la rinnova, la difende quando arrivano le polemiche, la mette a budget perché porta ascolti. Nessun algoritmo cieco da incolpare: una riunione editoriale in cui qualcuno ha deciso che prendere i più fuori di testa e trasformarli in intrattenimento quotidiano è un buon prodotto, sapendo perfettamente che chi ascolta li scambierà per il paese.
Sui social l’amplificazione dell’estremo è automatica e nessuno la firma. In radio ha un nome, un contratto e uno stipendio.
Gli altri
Il network ha almeno una logica: esegue un modello industriale, con la scala per sostenerlo e i ricavi per giustificarlo. È il male, ma è un male coerente.
Il problema è chi lo copia senza averne niente. Emittenti piccole, medie, locali, che si costruiscono lo stesso clock, ripetono gli stessi claim, adottano lo stesso registro, e non hanno né il catalogo né gli ascolti né il fatturato che quel modello dovrebbe produrre. Si prendono tutti i vincoli e nessun vantaggio. Rinunciano all’unica cosa che avevano, cioè poter fare diversamente, per assomigliare a qualcosa che non possono essere.
È la copia della copia: la radio commerciale imita l’algoritmo che imitava lei, e l’emittente piccola imita la radio commerciale sperando che la somiglianza porti i numeri. Non li porta, porta solo l’indistinguibilità.
L’unico test
L’umano che sceglie davvero esiste. Ma non lo riconosci dal vanto, perché quello lo fanno tutti.
Lo riconosci da un fatto solo: che può mandare in onda un pezzo che nessuno gli ha proposto, che non pesa, che non converte, che non sta in nessuna categoria del clock, e non deve renderne conto a nessuno.
Quella è discrezionalità. Tutto il resto è una firma sotto una decisione presa altrove.
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