MA QUESTA STORIA DEL DIGITALE CONVIENE APPROFONDIRLA O NO?

Temo di si.

Siamo un paese che in ambito digitale cresce a ritmi da bradipo ammalato e nel frattempo gli inglesi, che insieme ai francesi hanno dimostrato al mondo che si può vivere anche senza bidet, si sono organizzati alla grande e ci stanno dando una lezione su alcuni aspetti nei quali dire che noi italiani siamo carenti è dire poco: la capacità ad adattarsi a nuovi scenari in evoluzione e quella di riuscire a lavorare perfettamente in team.

 

E dire che stando alle ultime statistiche un segnale lo avremmo pure dato: le imprese digitali italiane sono cresciute quasi del 20 per cento negli ultimi cinque anni, e quelle di e-commerce sono aumentate del cento per cento nello stesso lasso di tempo con conseguente incremento di figure professionali altamente qualificate in tal senso

Ma non abbastanza.

Per i prossimi due anni si dice sia previsto un aumento di quasi 4 miliardi di euro sul fatturato del mercato digitale, le imprese italiane richiederanno 300mila nuovi professionisti in ambito IT, ma ahimè non li troveranno. Perché è vero si che l’85 per cento degli italiani possiede un telefonino, ma è anche vero che sul fronte della competenze digitali noi italiani siamo piuttosto scarsi rispetto alla media europea.

 

E, se posso dire, è proprio lì dunque che converrebbe investire: sulle competenze digitali.
Servirebbe uno sforzo da parte di tutti su questo tema, servirebbe un maggiore impegno da parte di imprese, delle istituzioni ed anche da parte della scuola, per investire sulle competenze digitali indispensabili per la crescita della società.
D’altronde, se ci pensate, noi siamo la settima potenza mondiale, la seconda in Europa, ma tra i 28 dell’Europa noi italiani siamo solo al 25mo posto nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società. Del resto è perfettamente inutile che ci si prenda in giro tra di noi. Il nostro sistema è ancora tarato sull’economia analogica.

Insomma servirebbero meno periti industriali, figure non certamente richieste nel concetto di Industria 4.0, e più operatori digitali.

L’opinione ricorrente è che la rincorsa alla digitalizzazione toglierà posti di lavoro, ma credetemi non è così.
Anche nel mondo digitale l’uomo resta al centro.
L’uomo cavalca e governa le macchine e non il contrario. Anche nelle imprese più robotizzate la supervisione dell’uomo si rende necessaria e resta un fattore insostituibile.
Con la digitalizzazione finalmente si verificherebbero due fatti epocali.
Il primo è che si cancellerebbero definitivamente le figure stantie di colletti bianchi e tute blu. Rimarrebbe una figura sia operaia che amministrativa con la stessa dignità in ogni spazio.
Last but not least con la digitalizzazione si annullerebbe il gap di genere, ci avevate pensato?
Che se c’è da usare solo l’intelligenza e molto meno i muscoli, allora si che donne e uomini potranno finalmente lavorare all’interno degli stessi spazi che l’industria offrirà.
Vogliamo scommettere?
Marco Stanzani

Marco Stanzani

Marco Stanzani

Marco Stanzani, 54 anni di Bologna. È uno degli uffici stampa e promoter più conosciuti nel settore discografico. Dopo un decennio passato a lavorare tra radio e come dj in discoteca, dal 1989 ha intrapreso la carriera di promoter diventando nei decenni uni dei comunicatori più influenti in ambito discografico. A lui si devono i lanci di dischi illustri. È stato scopritore e manager dei Lunapop che al loro esordio vendettero oltre un milione di copie dell’album Squerez, ha lavorato al fianco di mostri sacri come Lucio Dalla, Renato Zero, Pino Daniele, Mina, Claudio Baglioni e molti altri. Il suo libro "Artisti di Spalle” in cui narra 50 aneddoti legati ad altrettanti artisti coi quali ha lavorato, è arrivato al nr. 1 della sezione bestseller di Amazon e al nr. 1 della sezione biografie di iTunes. A tempo perso scrive racconti che quest’anno gli hanno fruttato ben 5 premi letterari. È attualmente amministratore unico della Red&Blue Music Relations, struttura leader nel settore della comunicazione discografica,

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