LogBook: LNWSI! è importante ma fino ad un certo punto
Reading Time: 8 minutesUn viaggio transmediale LNWSI che attraversa filosofia, sociologia e neo post-punk: da Bonhoeffer a Zuboff, da Bachtin ai Situazionisti, passando per Idles, Fontaines DC, Cosmo e Viagra Boys. Scopri come la gioia collettiva diventa l’arma sovversiva che il capitalismo della sorveglianza non riesce a contenere.
Immagine generata con AI Imagen
Fratelli e Sorelle, anche il mio “benvenuti a bordo” è importante ma fino ad un certo punto. Non fatevi troppe illusioni.
Anche sabato sera abbiamo acceso le frequenze, e anche sabato sera abbiamo costruito una playlist contro. Contro la politica ridotta a teatro, contro le emozioni compresse in emoji, contro l’identità trasformata in prodotto ottimizzato per algoritmi. Perché il problema non è la musica che ci manca: il problema è quello che ci vogliono far credere sia reale quando non lo è.
Viviamo in un’epoca dove la performance ha sostituito l’essere, dove il gesto vale più dell’intenzione, dove fingere è diventato più conveniente che esistere. Dove la simulazione è il futuro.
Gli Occhiali di Nada
La playlist di sabato sera era gli occhiali di Nada. Come sempre in LNWSI!, la pillola rossa che offriamo è un invito a guardare oltre le apparenze.. Ogni traccia un punto di pressione su questa architettura del falso, ogni brano che toglieva uno strato di inganno per mostrarti cosa c’è scritto davvero sotto: OBEY, CONSUME, CONFORM. E come sempre, la radio è stata il nostro momento di resistenza collettiva: due ore in cui abbiamo guardato attraverso le menzogne, due ore con gli occhiali addosso.
Questo LogBook è la mappa. Non per rivivere quello che hai già ascoltato, ma per esplorare i territori che abbiamo solo sfiorato in diretta. Gli strumenti per continuare ad esplorare in profondità oltre lo specchio, dentro i sentieri della Tana del Bianconiglio.
Tre Demoni da Esorcizzare
Il primo capitolo attacca tre demoni: la complicità etica, la repressione emotiva, la performatività digitale. Prima con l’urlo, poi con il rumore, poi con i contro-incantesimi, infine con la gioia.
Il Demone della Complicità Etica
Esiste una complicità che si traveste da neutralità. Un modo di stare al mondo che ci permette di sentirci a posto senza rischiare nulla.
“No, non stare attento a ciò che dici / Sì, puoi fare tutto proprio come Bibi / Imperialismo brainrot / Bombardato il limite / E se non c’è un limite / Non c’è nemmeno per me”
“Sputa via le tue paure / Dai fuoco alle tue parole / Sputa via le tue paure / Con il corpo e con la voce”
“Risveglia un mondo sotto shock”
C’è un concetto che viene dal teologo Dietrich Bonhoeffer, quello di “grazia a buon mercato“. Bonhoeffer lo scrisse mentre la Germania nazista si consolidava, osservando come molti cristiani si fossero convinti che bastasse accettare la grazia divina per essere a posto, senza dover fare nulla di concreto contro l’orrore che si stava compiendo. La grazia senza responsabilità, il perdono senza cambiamento. Una salvezza a costo zero.
La Grazie a buon mercato
Oggi quella “grazia a buon mercato” si è secolarizzata. È diventata la postura morale del nostro tempo: condividere un post, mettere un cuore, cambiare l’immagine del profilo. Piccoli gesti che ci permettono di sentirci a posto senza mai rischiare nulla.
Ma Cosmo non si ferma a criticare questa passività. Va oltre. Se il limite è stato bombardato, se il diritto internazionale può essere calpestato impunemente, se “non c’è un limite” per chi ha il potere, allora non c’è più un limite nemmeno per chi resiste.
L’urlo diventa liberatorio: “Sputa via le tue paure / Dai fuoco alle tue parole”. Non serve più stare attenti. L’azione radicale è diventata necessaria. L’arte si trasforma in detonatore.
“Brucia Tutto” non è su Spotify, non è su Apple Music. Solo Bandcamp e YouTube. Tutti i ricavi vanno a Medical Aid for Palestinians. L’arte che si trasforma in azione concreta, non in postura.
Il Demone della Repressione Emotiva
L’urlo politico ha bisogno di un corpo. Altrimenti resta slogan, performance vuota quanto quelle che denuncia. Serve che diventi fisico, viscerale. Serve che attraversi la carne.
Gli A Place To Bury Strangers costruiscono quello che il disgusto suona quando non trova più parole. È cacofonia pura. Rumore che non vuole comunicare: vuole espellere. Oliver Ackermann ha passato anni a costruire pedali per distorsioni – la sua azienda si chiamava Death by Audio, e il nome dice tutto.
Ogni effetto è progettato per rendere il suono insostenibile, per spingerlo oltre il limite della sopportazione. Le chitarre degli APTBS esplodono, si frantumano, sanguinano feedback.
Quella tradizione viene da lontano. Dalla scena noise newyorkese: la No Wave di fine anni ’70 (DNA, Mars, Teenage Jesus and the Jerks), poi Sonic Youth e Swans nei primi anni ’80 che presero quella rabbia e la portarono ancora oltre. Nei sotterranei di Manhattan il suono diventava sabotaggio. Musica come arma contro il comfort borghese.
Gli APTBS portano quella genealogia nel presente. Il loro noise è somatizzazione – il corpo che rigetta quello che la mente ancora fatica a metabolizzare. Quando il pensiero si blocca, quando il linguaggio non basta più, resta il corpo. E il corpo urla attraverso le distorsioni, i feedback, le frequenze che fanno male alle orecchie.
È il rituale di qualcosa che deve uscire. Un esorcismo attraverso il volume. Quando sei dentro quel muro di suono succede qualcosa di fisico: il corpo reagisce, vibra, si scuote. Il rumore ti entra dentro e fa pulizia.
Il Demone della Performatività Digitale
Il terzo fronte è il più subdolo perché è quello più invisibile. È il demone che abita nei nostri dispositivi, nei nostri profili, nelle nostre identità digitali.
“As Alive As You Need Me To Be” dei Nine Inch Nails arriva dalla colonna sonora di TRON: Ares, l’ennesimo blockbuster Disney su super soldati AI e militarizzazione dell’intelligenza artificiale. La trama è quella di sempre: programmi digitali trasformati in armi, corpi sostituibili (“se muore ne faccio un altro”), guerra e spettacolo.
Il film sarà dimenticabile come previsto. Il brano di Trent Reznor no.
Perché quello che Reznor descrive nel testo va molto oltre la trama di qualsiasi film Disney. Sta raccontando il nostro presente: un’esistenza dove siamo vivi solo nella misura in cui serviamo a qualcun altro. Il titolo stesso lo dice chiaramente.
C’è un concetto che la studiosa Shoshana Zuboff ha chiamato “Capitalismo della Sorveglianza”. È l’idea che le grandi piattaforme tecnologiche non ci offrano servizi gratuiti per gentilezza, ma perché noi siamo il prodotto. Ogni click, ogni like, ogni secondo di attenzione viene estratto, analizzato, trasformato in predizioni sul nostro comportamento futuro, e poi venduto.
Non siamo utenti: siamo miniere di dati.
“Se il prodotto è gratis, il prodotto sei tu.”
In questo sistema, l’autenticità è un’inefficienza. Essere imprevedibili, contraddittori, umani – tutto questo disturba l’algoritmo.
Reznor canta di chi cerca disperatamente qualcosa in cui credere mentre mani invisibili lo tengono fermo. “Give me something to believe in / All these hands have got a hold of me”. Non aveva scelta, non ha mai avuto la possibilità di respirare. E ora è “as alive as you need me to be” – vivo solo quanto serve agli altri. Il contagio lo attraversa: finalmente lo sente.
I Contro-Incantesimi
Il potere funziona per ipnosi. Non ti costringe fisicamente: ti convince che le sue regole siano naturali, inevitabili, le uniche possibili. Ti fa muovere secondo i suoi ritmi senza che tu te ne accorga.
Il cobra danza perché il flauto suona, e dopo un po’ il cobra non si ricorda nemmeno più che potrebbe smettere.
L’incantesimo funziona quando diventa invisibile. Quando le strutture di controllo si naturalizzano a tal punto che non le vedi più come imposizioni esterne ma come “il modo in cui stanno le cose”. Quando dici “è sempre stato così” invece di chiederti chi ha deciso che fosse così.
“You can make the cobras dance / But not me” – i Geese costruiscono un mantra di impermeabilità. La protezione dall’ipnosi non è un gesto eroico una tantum: è la ripetizione ossessiva del rifiuto finché diventa automatica. È allenamento.
Devi ripeterti ogni giorno che puoi scegliere di non danzare, che il flauto non ha potere su di te se tu non glielo concedi. Il mantra funziona perché si inscrive nel corpo attraverso la ripetizione. Diventa una seconda natura che contrasta la “prima natura” costruita dal potere.
Ma l’impermeabilità ha un prezzo: devi accettare di restare ai margini. I Fontaines DC praticano l’ascetismo dell’esclusione volontaria. “I don’t belong” – non appartengo. È una dichiarazione che suona semplice ma nasconde una complessità etica radicale.
Perché il sistema ti dice costantemente che devi appartenere: alla community, al network, alla piattaforma, al gruppo. Ti dice che l’esclusione è una punizione, che stare fuori significa fallire.
I Fontaines ribaltano questa narrativa. Scelgono la marginalità come posizione etica perché hanno capito che l’appartenenza nel sistema attuale è sempre condizionata. Appartieni se produci. Appartieni se ti conformi. Appartieni se sei utile secondo criteri che non hai scelto tu. Appartieni se accetti di essere misurato, quantificato, ottimizzato.
L’esclusione volontaria diventa quindi l’unico modo per mantenere una posizione da cui criticare il sistema senza esserne completamente assorbiti.
È l’ascetismo necessario di chi ha capito che dentro, per stare dentro, devi fare compromessi che ti svuotano. Meglio stare fuori al freddo ma integri. È una scelta dolorosa perché rinunci alle garanzie, al comfort, alla sicurezza che l’appartenenza promette. Ma è anche l’unica posizione da cui puoi ancora dire “no” in modo significativo.
C’è però una terza strategia, più rischiosa: il sabotaggio dall’interno. I Viagra Boys la praticano attraverso il grottesco. Non attaccano la mascolinità tossica dall’esterno criticandola: la incarnano, la esagerano, la portano a un livello di assurdità tale che implode su se stessa.
“Punk rock loser” – il titolo stesso è una contraddizione: il punk dovrebbe essere ribellione, il loser è chi ha fallito secondo i criteri del sistema. Ma loro lo diventano intenzionalmente, questa figura ridicola di maschio alfa fallito, di duro che non regge più.
È quello che i situazionisti francesi chiamavano détournement: prendi i simboli e i linguaggi del potere e li rovesci dall’interno, li usi contro se stessi, li rendi così estremi che la loro assurdità diventa evidente a tutti. La maschera indossata con tale esagerazione che si dissolve da sola, che mostra quanto sia posticcia.
Michail Bachtin studiava il carnevale medievale e ci trovava esattamente questa dinamica: per alcuni giorni all’anno, le gerarchie sociali venivano temporaneamente rovesciate. Il re diventava buffone, il buffone diventava re. Il sacro veniva profanato, il profano veniva sacralizzato. I poveri si vestivano da ricchi, i ricchi da poveri. Era un ribaltamento completo, autorizzato ma sovversivo.
Bachtin sosteneva che in quel rovesciamento temporaneo le persone potessero vedere quanto fossero fragili e arbitrarie le strutture del potere. Per 364 giorni all’anno ti dicono che il re è re per diritto divino, che la gerarchia è naturale, che tutto è come deve essere. Ma quando per un giorno il re indossa il berretto del giullare e il giullare siede sul trono, improvvisamente capisci che sono solo ruoli, maschere, convenzioni. Che potrebbero essere diverse.
I Viagra Boys fanno un carnevale permanente. Tengono la maschera così tanto tempo che smette di essere una performance e diventa una decostruzione in atto. Chi li guarda ride, ma mentre ride sta vedendo quanto sia ridicola la mascolinità tossica anche quando è “seria”. Sta vedendo il meccanismo, non solo il risultato.
Quando la Gioia Diventa Pericolosa
Il sistema ha imparato a gestire la rabbia. L’ha studiata, mappata, trasformata in algoritmo. Sa esattamente cosa fare quando sei indignato: ti mostra più contenuti che alimentano quella indignazione, ti tiene agganciato allo schermo, trasforma la tua frustrazione in engagement metrics, la tua rabbia in click, il tuo disgusto in data vendibile.
Gli algoritmi delle piattaforme social hanno scoperto che le emozioni negative – rabbia, paura, disgusto, indignazione – generano più interazioni delle emozioni positive. Le persone arrabbiate commentano di più, condividono di più, restano online più a lungo.
Il capitalismo della sorveglianza ha quindi un interesse economico diretto nel tenerti arrabbiato. Non perché crede in quello che ti fa arrabbiare, ma perché la rabbia è profittevole. Hanno imparato a monetizzare la paura, a trasformare l’odio in business model. Ti vendono l’indignazione e poi vendono la tua attenzione indignata agli inserzionisti.
La gioia collettiva è più difficile da controllare. Non si lascia frammentare allo stesso modo. Non si monetizza con la stessa facilità. Soprattutto: la gioia che costruisce comunità, che crea legami orizzontali, che genera solidarietà, è pericolosa per un sistema che prospera sulla divisione.
Gli Idles lo sanno. E fanno una mossa che nel clima attuale è quasi scandalosa: dedicano un brano a Danny Nedelko, un immigrato ucraino che suona in una band punk. In un momento storico dove l’odio verso l’altro si vende bene, dove la divisione genera profitto, dove i populismi di tutto il mondo costruiscono consenso additando lo straniero come nemico, celebrare un immigrato è un atto di guerra.
Danny Nedelko è mio amico
“Danny Nedelko” è una celebrazione genuina, piena di energia e affetto. Gli Idles dicono: questo è il mio amico, fa parte della mia vita, arricchisce la mia esistenza, e tu che vuoi cacciarlo stai cercando di impoverire il mio mondo. È personale, radicalmente personale. Parla di Danny, un tizio specifico che suona in una band e che loro amano, un volto e un nome contro l’astrazione del dibattito pubblico.
“Joy as an act of resistance” – la gioia come atto di resistenza. È forse l’intuizione più radicale degli Idles. Perché ci hanno convinto da secoli che resistere significhi soffrire. Che la lotta sia sacrificio, che l’opposizione al potere richieda facce dure, pugni stretti, rabbia trattenuta a fatica. Che essere seri, cupi, arrabbiati sia l’unica forma legittima di resistenza.
Resistere può significare anche ballare. La costruzione di legami, il piacere genuino di stare insieme, la celebrazione dell’altro sono più sovversivi della rabbia. La gioia collettiva è l’arma che il sistema non si aspetta.
Perché il sistema sa cosa fare con la tua rabbia: te la vende, te la rigira, te la trasforma in prodotto. Ma la gioia che non produce alienazione, che costruisce comunità invece di isolare, che crea solidarietà invece di divisione – questa è più difficile da gestire. Non si lascia segmentare in target. Non si trasforma facilmente in KPI. Non genera engagement nella stessa misura in cui lo genera l’odio.
La gioia è pericolosa perché è contagiosa in modi che sfuggono al controllo algoritmico. Una persona arrabbiata resta nella sua bolla di rabbia. Una persona gioiosa contagia gli altri, crea connessioni impreviste, genera solidarietà che il sistema non aveva pianificato. La gioia collettiva è il virus che l’algoritmo non riesce a contenere.
