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LogBook: il canto che nessuno aveva scritto

Reading Time: 5 minutesIl Comandante scende travestito alla fine di una guerra e ascolta la stessa storia cantata due volte con parole diverse. A Itaca trova Femio, il cantore che canta per forza e che sopravvive alla strage dichiarando di saperne fare di molti.

Affresco romano con donna seduta che suona la kithara, immagine di riferimento per l'aedo Femio nell'Odissea

Metropolitan Museum of Art, Rogers Fund 1903, numero d'inventario 03.14.5, tramite Unsplash

Reading Time: 5 minutes

Diario di bordo del comandante Massimo “Morpheus” Siddi. Per quanto posso dire, siamo intorno al 2226.

Registro adesso, finché quello che ho sentito è ancora scomodo. Passata qualche ora la memoria comincia a metterlo in ordine, taglia le parti che non tornano, e a quel punto avrei da consegnarti una storia pulita invece di quello che è successo.

La tempesta stellare mi ha depositato alla fine di una guerra. Non ho una data da darti. Quelli laggiù contavano gli anni a partire dalla partenza delle navi, e ogni volta che glielo chiedevo il numero cambiava.

Come sono sceso

La nave ha fatto quello che fa sempre. Tessuti grezzi, lana e lino, sandali con la suola cucita male perché quelle fatte bene si notano. La morfologia del viso spostata di poco, il naso più largo, gli zigomi abbassati. Barba lunga, capelli sciolti. Un difetto all’anca sinistra per giustificare il fatto che non avessi combattuto.

La direttiva era chiara e per una volta mi ha fatto comodo. Nessun intervento, nessuno scambio, nessuna risposta alle domande che avrebbero potuto spostare qualcosa. Potevo stare in mezzo alla gente e ascoltare, e ti assicuro che è più difficile di quanto sembri quando ti accorgi di sapere come va a finire.

Sono rimasto ventisei giorni. Porto, cortili, mercato, feste in cui si mangiava seduti per terra. Ho ascoltato.

Due volte la stessa storia

La sera del quarto giorno, in un cortile vicino al porto, un uomo con uno strumento a corde ha cantato il ritorno delle navi da Troia. La gente ha smesso di parlare. Ho sentito il nome di un capo che tornava a casa e trovava la moglie con un altro, e la fine violenta che ne seguiva.

Undici giorni dopo, in un villaggio a mezza giornata di cammino, un altro uomo ha cantato la stessa cosa. Erano cambiati due nomi. Mancava del tutto un episodio che nel porto occupava una lunga porzione del canto. Ce n’era uno nuovo, con una tempesta e un promontorio, che nella prima versione non esisteva.

Ho chiesto in giro, con prudenza, se qualcuno se ne fosse accorto. Nessuno si è stupito. Uno mi ha risposto che quello del villaggio cantava meglio.

Ci ho messo qualche giorno a capire da dove veniva il mio disagio. In quel posto non c’era niente di scritto. Da nessuna parte esisteva un testo con cui confrontare le due sere. La storia esisteva soltanto nel tempo in cui qualcuno la stava cantando, e finito il canto non restava da nessuna parte.

Io vengo da una civiltà che archivia. Tutto quello che ho fatto per anni lo tengo ordinato per data, catalogato, conservato in previsione di qualcuno che un giorno lo consulterà. Quei ventisei giorni li ho passati in mezzo a gente che non conservava niente. Ricordavano tutto quello che gli serviva ricordare, e lo ricordavano diverso ogni volta.

Il cantore della reggia

A Itaca c’era una situazione che ho impiegato del tempo a decifrare, perché nessuno la spiegava e tutti la davano per nota.

Il re era via da vent’anni. In sua assenza un gruppo di uomini si era installato nella reggia, mangiava le sue provviste, faceva pressione sulla moglie perché ne scegliesse uno. Nella sala dove banchettavano c’era un cantore, si chiamava Femio, ed era figlio di un certo Terpio. Cantava per loro.

Su questo punto la gente del posto era precisa in un modo che mi ha colpito: cantava per forza. Nessuno lo diceva come una scusa, lo dicevano come si dice il mestiere di uno.

Una sera Femio ha intonato il ritorno disastroso dei Greci da Troia, che era il pezzo forte del suo repertorio e che a quegli uomini piaceva molto. Penelope, la moglie del re, è scesa dalle stanze di sopra e gli ha chiesto di smettere. Quel canto la addolorava, e lui poteva sceglierne mille altri. Il figlio l’ha rimandata di sopra dicendo che il cantore avrebbe cantato quello che voleva.


Lei è risalita. Lui ha finito il pezzo, e la sera dopo lo ha rifatto.

Nella sala restarono in due

Il re è tornato, e sul momento non me ne sono accorto. Nella reggia entrava e usciva gente da settimane, mendicanti, uomini che portavano roba, e uno di quelli era lui.

Quel giorno ero dentro anche io, in fondo alla sala vicino alla porta di servizio, con la mia anca finta e i miei vestiti sbagliati apposta.

Ha cominciato con un colpo solo, mentre uno di loro alzava una coppa. Poi è andato avanti.

Ti dico l’unica cosa che conta di quella mezz’ora: sono rimasto fermo. La direttiva vieta di intervenire e io non sono intervenuto. A un certo punto un indovino si è buttato in ginocchio giurando di essere innocente, e gli hanno mozzato la testa mentre ancora parlava. La testa ha continuato a muovere la bocca sul pavimento. Ero a sei passi. Ho guardato.

Fèmio vuol dire voce

Femio stava vicino a me e l’ho visto decidere. Poteva uscire dalla porta e mettersi sui gradini dell’altare nel cortile, dove nessuno lo avrebbe toccato, oppure attraversare la sala e arrivare alle ginocchia del re. Ha scelto di attraversare.

Prima ha posato lo strumento per terra. Con cura, in mezzo, tra un boccale e un seggio dai chiodi d’argento. Ci ha messo un paio di secondi che sul momento mi sono sembrati assurdi, e ho capito solo dopo che stava mettendo al riparo l’unica cosa che lo rendeva utile a qualcuno.

Poi ha attraversato, si è aggrappato alle ginocchia e ha parlato. Ha detto che aveva cantato costretto. Ha aggiunto una cosa che continuo a rigirarmi: che è autodidatta, e che un dio gli ha fatto nascere dentro canti di ogni sorta.

Ha rivendicato di saperne fare molti, diversi, all’occorrenza. Si è salvato dichiarandosi capace di produrre versioni.

Il figlio del re ha confermato e ha chiesto che si risparmiasse anche l’araldo. Quello è uscito da sotto un tavolo, dove era rimasto rannicchiato sotto una pelle di bue per tutto il tempo, e si è messo in ginocchio accanto al cantore.

Quello che passa di mano

Nessuno, laggiù, ha mai scritto un rigo di quella storia. La scrittura in quelle terre era sparita da secoli e non sarebbe tornata prima di altri quattro o cinque. Il canto ha attraversato tutto quel tempo passando da una bocca all’altra, cambiando ogni volta, e per come la vedo io è arrivato fino a me proprio per questo. Cedeva a chi lo cantava, e ogni volta si rimetteva insieme.


Quando la tempesta è tornata a prendermi ero al porto. Da un cortile alle mie spalle qualcuno stava attaccando di nuovo, e non ho fatto in tempo a sentire quale versione fosse.

Chiusura del diario

Il rientro è stato brusco. Un pianeta investito da antimateria, l’onda, e la strumentazione che si riallinea su questa data.

Non ho riportato niente. La direttiva non lo consentiva, e in ogni caso non c’era niente da prendere: quello che avrei voluto portare via esisteva solo mentre qualcuno lo stava cantando.

Questo diario resterà fermo dov’è, catalogato e consultabile. Laggiù una cosa del genere non l’ho vista da nessuna parte, e la storia è arrivata fin qui lo stesso.

Tra poco riapro il canale. Quello che esce smette di appartenermi nell’istante in cui parte, e chi lo raccoglie lo taglia, lo sposta, lo rimonta a modo suo. Ci ho messo il viaggio di ritorno per smettere di considerarlo un danno.

Femio, in ginocchio davanti al re, ha detto di saperne fare di molti. Quella frase gli ha salvato la vita, e riguardava la sua condizione prima ancora del suo repertorio.

Adesso apro il canale.


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