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U2 – Street of Dreams: una strada già vista

Reading Time: 3 minutesU2 pubblicano Street of Dreams, primo singolo dal nuovo album. Dopo l’urgenza di Days of Ash ed Easter Lily, resta la sensazione di un déjà vu costruito a tavolino.

copertina del singolo U2 Street of Dreams, luglio 2026
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Le prove che gli U2 fossero ormai stracotti le avevo già in tasca da Songs of Experience, nel 2017: un disco levigato fino a perdere ogni spigolo, il suono di una band che si guarda allo specchio invece di guardare fuori. Poi, quest’anno, qualcosa si è mosso. A febbraio è arrivato Days of Ash, sei canzoni con nomi e cognomi veri al posto delle metafore, un pugno nello stomaco che non mi aspettavo più da loro.

Ad aprile è toccato a Easter Lily, sei brani più intimi e meno arrabbiati, dedicati alla fede, all’amicizia e al lutto, con Brian Eno a costruire il tappeto sonoro dell’ultima traccia: un disco minore rispetto al primo, ma onesto, capace di far vacillare per qualche settimana lo scetticismo di nove anni. Erano due segnali usciti dallo stesso condotto, e per un momento avevo creduto che portasse ancora da qualche parte. Poi, il 7 luglio, è arrivato Street of Dreams. Onestamente speravo fosse la conferma di un cambio di rotta, un ritorno, anche solo, a un qualcosa di appena “militante” — come sono lontani i tempi di Under a Blood Red Sky — anziché trovarmi di fronte a un nuovo prodotto di serie a marchio U2. Peccato.

Il suono e il contesto

Street of Dreams è prodotto ancora una volta da Jacknife Lee, già dietro Days of Ash e, vent’anni prima, How to Dismantle an Atomic Bomb. Il brano nasce a margine della trasferta di Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. a Città del Messico, dove la band ha assistito alla finale della Street Child World Cup, il torneo di calcio dedicato ai ragazzi di strada. Da qui il video, girato tra la folla di Plaza Santo Domingo sotto un temporale che ha mandato in tilt un generatore, con una famiglia del posto che ha aperto il balcone di casa ai quattro per finire le riprese. L’uscita arriva anche a ridosso del cinquantesimo anniversario della band, a fine settembre.

Sulla carta, tutti gli ingredienti per un pezzo importante. All’ascolto, quella chitarra circolare di The Edge che gira sotto il brano mi ha riportato dritto a The Joshua Tree e Rattle and Hum, mentre il cantato di Bono suona come una filastrocca per bambini più che un inno. C’è qualcosa in quella voce che lo trasforma in una suorina, una sorta di Madre Teresa di Calcutta del rock mainstream, più portata a benedire il pubblico che a scuoterlo.

Una spaccatura, non solo di critica

Gli U2 hanno già messo una strada nel titolo altre volte, da Where the Streets Have No Name a Cedarwood Road: qui, però, la strada sembra già percorsa, con il paesaggio giusto ma il passo sbagliato. La stampa internazionale si è divisa. C’è chi, come Billboard, lo ha letto come un ritorno al suono classico della band. C’è chi, come Consequence, ha notato che i versi di Bono restano stavolta generici e altisonanti, pieni di frasi sul non arrendersi ai propri sogni. Due letture diverse per lo stesso brano, ed è proprio in quello scarto che si nasconde il mio dubbio di fondo. La stessa frattura si ritrova tra i fan storici: sui forum specializzati c’è chi lo liquida come orecchiabile ma dimenticabile, segno che l’entusiasmo istituzionale della stampa non trova lo stesso eco tra chi gli U2 li segue da sempre.

È il contesto, più che la canzone, a insospettire. Il torneo dei ragazzi di strada, l’estetica anni ottanta, il ritornello in spagnolo per un pubblico messicano: sembra un’operazione costruita a tavolino più che un brano nato da un’urgenza reale. Opportunismo, appunto. Il contrario esatto di Days of Ash, che aveva sei nomi propri al posto delle metafore e un motivo vero per esistere in quel momento preciso.

Il verdetto di Ruby Rhod

C’è una scena de Il Quinto Elemento che mi arrivata alla mente al primo ascolto di Street of Dreams: quella in cui il conduttore televisivo Ruby Rhod, tra lustrini e isterismi da diva, vuole strappare una dichiarazione al vincitore del concorso delle Crocchette Gemini, Korben Dallas. In realtà, Bruce Willis, è un ex agente delle Forze Speciali mandato, sotto copertura, a recuperare le pietre della cantante Diva Plavalaguna.

Ecco, ascoltando Street of Dreams mi sono sentito esattamente nei panni di Ruby Rhods: la canzone c’è, la messa in scena pure, l’energia vera no. Un nonniente! Quello che resta è la conferma di un sospetto che covo da tempo: gli U2, ormai, sono più un’industria che una rock band, e forse non gliene importa più nulla di suonare sul serio.

Il disco vero arriva in autunno. Vedremo se Street of Dreams era solo il prezzo del biglietto d’ingresso, o la prova generale di quello che ci aspetta. Certo è che se il buongiorno si vede dal mattino…

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