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U2 – Days of Ash: quando le ceneri bruciano ancora

Reading Time: 4 minutesIl 18 febbraio 2026, Mercoledì delle Ceneri, gli U2 pubblicano a sorpresa Days of Ash: sei brani che non potevano aspettare. Un EP politico e urgente su Renée Nicole Macklin Good uccisa a Minneapolis, Sarina Esmailzadeh picchiata a morte in Iran, Awdah Hathaleen assassinato in Cisgiordania, e il soldato-musicista ucraino Taras Topolia. Prodotto da Jacknife Lee — lo stesso del progetto Lol Tolhurst x Budgie — è un atto di presenza in un momento in cui il silenzio è sempre più comodo. Con sei nomi propri al posto delle metafore.

U2 Days of Ash EP cover artwork 2026

U2 Days of Ash EP cover artwork 2026

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Erano anni che non mi occupavo di U2, se non decenni, ma con l’uscita anomala di Days of Ash, è il caso di buttarci un occhio. Del resto, all’indomani dell’elezione di Donald Trump avevo detto che, con la musica, ci saremmo “divertiti”, molto meno con tutto il resto.

E così, mentre il mondo brucia a fuoco lento, Bono e soci escono allo scoperto nel giorno più simbolico possibile: il Mercoledì delle Ceneri, 18 febbraio 2026. Non è un caso. Non lo è quasi mai, con gli U2. La data è un gesto. Le ceneri sulla fronte come promemoria della caducità — memento mori — e un EP che si chiama proprio Days of Ash. Sei cartoline dal presente. “Wish we weren’t here”, scrivono. Anch’io.


Perché un EP e non un album

La prima cosa da capire è questa: Days of Ash non è un album. È un atto. Un pamphlet musicale.

Il disco vero arriverà a fine 2026. Questi sei brani esistono in una dimensione separata, dichiaratamente urgente. Lo dice Bono senza giri di parole: “These EP tracks couldn’t wait; these songs were impatient to be out in the world.” Canzoni impazienti. Il presente non aspetta i tempi della produzione discografica standard, e loro lo sanno.

Larry Mullen Jr. — che era fuori dalla Sphere di Las Vegas per un infortunio e qui torna finalmente alla batteria — lo dice in modo ancora più diretto: “The way the world is now feels like the right moment.” Non è retorica. È la stessa cosa che si sono detti Billy Bragg quando ha scritto, registrato e pubblicato “City of Heroes” in ventiquattr’ore dopo l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis. Quando la storia si muove così veloce, la protest song non ha il lusso di aspettare.


Sei brani, sei storie vere

Qui sta la cosa più interessante, e quella che distingue Days of Ash dalla solita vaghezza lirica a cui la grande rock band internazionale ci ha abituato. Non ci sono metafore. Ci sono nomi.

“American Obituary” è per Renée Nicole Macklin Good, madre di tre figli, colpita quasi a bruciapelo il 7 gennaio 2026 a Minneapolis mentre esercitava il suo diritto costituzionale a protestare pacificamente. La stessa Minneapolis di Alex Pretti. La stessa storia che non finisce.

“Song of the Future” è per Sarina Esmailzadeh, sedicenne iraniana del movimento Donna Vita Libertà, picchiata a morte dalle forze di sicurezza del regime nel 2022. Il regime disse che si era suicidata.

“One Life at a Time” è per Awdah Hathaleen, padre palestinese di tre figli, attivista nonviolento e insegnante di inglese, ucciso in Cisgiordania il 28 luglio 2025 dal colono israeliano Yinon Levi. Era consulente del documentario No Other Land, quello che ha vinto l’Oscar. Il regista Basel Adra, ai suoi funerali, disse che i palestinesi vengono cancellati “una vita alla volta”. Gli U2 hanno preso quella frase e l’hanno rovesciata: la pace si costruirà one life at a time.

“The Tears of Things” è più obliqua — un dialogo immaginario tra Michelangelo e il suo David, dove il ragazzo con la fionda rifiuta di diventare Golia per sconfiggerlo. Il titolo viene da un libro del frate francescano Richard Rohr che indaga come si possa vivere con compassione in un tempo di violenza. Ci vorrebbe.

“Wildpeace” è una poesia del poeta israeliano Yehuda Amichai, letta dalla cantante nigeriana Adeola di Les Amazones d’Afrique, con musica degli U2. Un israeliano, una voce africana, una rock band irlandese. La geometria non è casuale.

“Yours Eternally” — con Ed Sheeran e il musicista-soldato ucraino Taras Topolia di Antytila — è la storia di quella volta che nel 2022 Bono e The Edge andarono a suonare nella metropolitana di Kyiv su invito del presidente Zelensky. Taras era lì. Da allora sono amici. Lui adesso combatte. La canzone è una lettera da un fronte di guerra.


Jacknife Lee: il filo che tiene tutto insieme

Il produttore è Garret “Jacknife” Lee, irlandese di Dublino, e non è la prima volta che lavora con gli U2 — è suo How to Dismantle an Atomic Bomb (2004). Ma c’è un’altra ragione per cui il suo nome qui mi interessa particolarmente.

Nel novembre 2023, Jacknife Lee ha co-firmato e co-prodotto Los Angeles, l’album uscito per PIAS dei Lol Tolhurst (The Cure) e Budgie (Siouxsie and the Banshees). Sì, proprio loro: i due batteristi che hanno segnato il post-punk britannico, ritrovatisi a Los Angeles — dove entrambi si erano trasferiti dopo i rispettivi annus horribilis — a fare musica insieme per la prima volta. Il progetto era cominciato come “i tre tenori, ma con batteristi”, poi Kevin Haskins dei Bauhaus era uscito per impegni con la band, e loro due si erano ritrovati in un “pozzo di disperazione”, come racconta Tolhurst. Finché Tolhurst non si è ricordato del vicino di casa che abita su a Topanga Canyon. Quel vicino era Jacknife Lee.

Il risultato è un disco elettronico, post-punk e profondamente malinconico, con ospiti come James Murphy di LCD Soundsystem, Bobby Gillespie dei Primal Scream, Isaac Brock dei Modest Mouse. E The Edge degli U2. Che ovviamente conosceva già Jacknife da vent’anni.

Il cerchio si chiude. O meglio: si rivela che non era mai stato un cerchio, ma un reticolo.

Jacknife Lee è uno di quei produttori-connettori che abitano nell’intersezione tra mondi: sa fare pop globale (ha prodotto anche Taylor Swift), sa fare rock di peso, sa fare elettronica nervosa. Sa fare Days of Ash, che è tutto questo insieme e niente di questo in modo definitivo.


Ceneri e futuro

“Se hai la possibilità di sperare, è un dovere” — cita Bono dalla filosofa albanese Lea Ypi. È la frase che mi porto a casa da questo EP.

Days of Ash non è il miglior disco degli U2. Non è nemmeno un disco nel senso tradizionale. È un gesto. Un atto di presenza in un momento in cui molti preferiscono il silenzio, che è sempre più comodo del rischio. Larry dice che ci sarà sempre un “blowback” quando prendi posizione. È esattamente per questo che vale la pena farlo.

Le ceneri bruciano ancora. E a volte bruciare è l’unica forma di vita che resta.


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