Blind Vision, l’architettura sonora di Stephen Luscombe
Reading Time: 3 minutesIl tastierista dei Blancmange è morto il 13 settembre 2025. Un omaggio attraverso la versione estesa di “Blind Vision” del 1983, e attraverso la parte della sua storia che nessuno racconta: l’India, Asha Bhosle e la West India Company.
È morto Stephen Luscombe, architetto sonoro dei Blancmange. Un omaggio per “I Miei Dischi alla Radio”, attraverso i nove minuti e trentanove secondi del suo capolavoro, “Blind Vision”, l’inno per chiunque abbia provato a ragionare con un muro.

Il 13 settembre 2025 è morto Stephen Luscombe. Se il nome non ti dice molto, mi domando cosa ci fai qui? Le basi, accidenti: era il 50% dei Blancmange!!!
Aveva settant’anni. Era nato a Hillingdon, nel Middlesex, il 29 ottobre 1954, e veniva dalla scuola d’arte di Harrow. Neil Arthur, l’altra metà, ha dato la notizia il giorno dopo con sette parole: “Heartbroken. RIP Stephen. Love you forever.” (Distrutto. Riposa in pace Stephen. Ti voglio bene per sempre.)
Quello che passava sotto le mie mani
Molta della loro produzione è passata sotto le mie mani e sui giradischi delle discoteche e delle radio che mi hanno visto “girare i dischi”. La più famosa è “Living on the Ceiling”, 15 ottobre 1982, terzo singolo da “Happy Families”, uscito tre settimane dopo l’album. È il pezzo che li porta al settimo posto in Inghilterra, il primo ingresso in Top 10. “Feel Me” è di luglio dello stesso anno e la Top 40 la sfiora senza entrarci (altro gran pezzone).
Nove minuti e trentanove secondi
Il suo vero lavoro sta da un’altra parte. Sta dentro la versione estesa di “Blind Vision”, 29 aprile 1983, primo singolo di “Mange Tout”, che uscirà solo l’anno dopo. Decimo posto in Inghilterra, otto settimane in classifica. Sul 45 giri dura tre minuti e cinquantotto. Sul dodici pollici nove e trentanove.
La firma è di Luscombe con Neil Arthur. La produzione è di John Luongo, un americano che veniva dalle piste da ballo, e la registrazione è del Sigma Sound di New York. Si sente: chitarra funky, percussioni molto più fisiche del solito, i fiati degli Uptown Horns.
Il testo, parlare con un muro
Per capire questo pezzo bisogna partire dal testo. È un manuale d’uso per quando si discute con un muro, un’esperienza che oggi, grazie ai social, è diventata sport nazionale. Arthur descrive la frustrazione di mettere qualcuno davanti ai fatti e vederlo chiudere un occhio, ignorare l’evidenza per rifugiarsi in quello che gli fa comodo credere. È un attacco diretto all’ostinazione di chi ascolta solo la propria voce e vede solo le proprie illusioni.
Il testo mette in scena un conflitto preciso: da una parte la visione cieca, che ti sussurra le bugie comode che vuoi sentirti dire, dall’altra la tua stessa ragione, che potrebbe dirti verità di cui hai paura. Il ritornello chiede perché dai retta alla prima.
L’architettura della frustrazione
Qui entra l’architettura sonora di Luscombe, che quella frustrazione la rende fisica. Il basso diventa un’idea fissa che non ti molla mai. La batteria elettronica, tesa e precisa, fa il suono della pazienza che si esaurisce. I fiati entrano di traverso e ogni volta ti spostano l’attenzione. Con questi elementi Luscombe ha costruito la stanza claustrofobica perfetta per un dialogo tra sordi.
Poi c’è il rivestimento: una struttura fredda e psicologica vestita da hit per la pista. Il ritmo ti costringe a muoverti mentre le parole ti raccontano uno stallo mentale. Balli sulla tua impotenza, e sui nove minuti hai tutto il tempo di accorgertene.
L’India, Asha Bhosle e la parte che nessuno racconta
I coccodrilli italiani si sono fermati ai Blancmange. Luscombe invece continua, e il grosso arriva dopo lo scioglimento del 1986.
Boy George lo porta con sé in India. Da quel viaggio esce una registrazione con cento elementi di orchestra indiana e con Asha Bhosle, la voce di migliaia di film di Bombay, che anni dopo canterà su “Bow Down Mister”. Nel 1984 Luscombe pubblica con lei e con il percussionista Pandit Dinesh, che già suonava nei Blancmange, l’EP “Ave Maria” firmato West India Company.
Nel 1989 esce “Music From New Demons”, scritto con Pandit Dinesh e Peter Culshaw per lo spettacolo di danza “New Demons” della compagnia canadese La La La Human Steps. Registrato tra Londra e Montreal fra il 1987 e il 1989: tabla e sitar dentro i sintetizzatori, negli anni in cui la parola world music serviva soprattutto a vendere.
Le scale mediorientali che rendono “Living on the Ceiling” diverso da tutta la synth-pop del 1982 vengono da lì.
L’uscita di scena
I Blancmange tornano nel 2011 con “Blanc Burn”, venticinque anni dopo. Poco dopo il disco Luscombe si trova davanti un aneurisma dell’aorta addominale, lascia la band e chiude con i palchi. Arthur va avanti col nome Blancmange, e i due restano amici. Nel 2025 i Blancmange suonano in America per la prima volta in oltre quarant’anni, al Cruel World di Pasadena. Luscombe non c’è.
Questo era il suo lavoro: costruire le fondamenta sonore giuste per un testo. Su “Blind Vision” ha costruito l’inno definitivo per chiunque abbia mai provato a ragionare con un cretino.
Perché come dice il proverbio, mai discutere con un idiota: prima ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza.
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