Black Country, New Road – “Forever Howlong”
Reading Time: 5 minutesForever Howlong segna la rinascita dei Black Country, New Road dopo l’addio di Isaac Wood. Condividendo le voci tra Tyler Hyde, Georgia Ellery e May Kershaw, la band abbraccia un sound più intimo e teatrale, che richiama l’estetica di un circo errante. L’album mescola influenze di progressive rock, baroque pop e folk, offrendo un’esperienza musicale ricca di emozioni e sperimentazione.
Titolo: Black Country, New Road performing at Glastonbury Festival in June 2023 Autore: Luke Patrick Dixon (Wikimedia Commons) Licenza: Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Copertina di Forever Howlong dei Black Country, New Road. Disponibile su Bandcamp.
Crediti: Artwork ufficiale, pubblicato su Bandcamp. Tutti i diritti riservati a Ninja Tune.
Un nuovo linguaggio, una nuova forma
Dove ci eravamo lasciati? Forse su quel palco sospeso tra commiato e rinascita, quando Isaac Wood annunciò l’addio e il gruppo, invece di sciogliersi o cercare un clone del frontman, decise di farsi da parte, ascoltarsi e trasformarsi. Quel momento non è stato una pausa, ma un passaggio. Live at Bush Hall ce lo aveva già suggerito: Black Country, New Road non stavano cercando di tornare indietro, stavano cercando un nuovo linguaggio. E ora, con Forever Howlong, lo hanno trovato. O, meglio, hanno trovato il coraggio di non trovarlo mai davvero.
Una compagnia teatrale in viaggio
Questo nuovo album è un diario di bordo scritto a più mani, con la malinconia degli anni che passano e la voglia di continuare a giocare, nonostante tutto. È un disco che assomiglia a una compagnia teatrale in viaggio: ognuno sale sul palco quando è il suo momento, racconta la sua storia, poi si fa da parte lasciando spazio al compagno. Le tre voci principali – Lewis Evans, May Kershaw e Tyler Hyde – sono i nuovi narratori di questo romanzo a più capitoli. E lo fanno senza mai cercare il protagonismo, ma spingendosi l’un l’altro in avanti, come fratelli e sorelle.
Un’opera lenta e profondamente britannica
Forever Howlong non è un album da playlist, non è un disco da hit. È un’opera che si svela nel tempo, che ti entra dentro con lentezza e grazia. È un lavoro profondamente britannico, ma non in senso pop o patinato: si avverte l’influenza del folk pastorale, della musica da camera, di certe atmosfere alla Robert Wyatt o Penguin Cafe Orchestra, ma anche la vena malinconica di Virginia Astley, i Radiohead più spogli e i Belle and Sebastian più solenni.
Il lato segretamente progressive
C’è anche, qua e là, un’anima segretamente progressive nel modo in cui le canzoni si sviluppano: non tanto per virtuosismi o complicazioni tecniche, quanto per la capacità di evolversi in modo fluido e inatteso, con movimenti che sembrano narrativi più che musicali. In questo, il legame con una certa scena londinese – Black Midi in testa, ma anche Squid o Jockstrap – è evidente: band che partono dal post-punk, lo smontano, lo allungano, lo attraversano con fiati, archi, cambi di tempo e incursioni teatrali. Ma mentre i loro compagni di scena spesso puntano all’iperbole, BCNR scelgono la delicatezza, l’ironia, la crepa.
Circo viaggiante e suite felliniane
È un disco che potrebbe nascere in una sala prove della provincia inglese dopo una pioggia interminabile, con le finestre appannate e l’odore di tè e sintetizzatori. Ma potrebbe anche essere la colonna sonora di un circo viaggiante, un caravan teatrale perso tra le brughiere, che racconta storie ogni sera davanti a un pubblico diverso.
C’è qualcosa di felliniano, se Federico Fellini fosse nato a Cambridge. Il disco potrebbe benissimo essere una sorta di La strada post-rock, dove la dolcezza e la malinconia si rincorrono lungo sentieri sonori; o ancora, un Amarcord in forma di suite musicale, dove i ricordi si fanno suono e la nostalgia diventa arrangiamento. Una carovana sonora che attraversa la brughiera, con archi, flauti e delay al posto dei costumi, delle luci e dei numeri da circo. Una poetica del frammento e dell’incompiuto, che trova forza proprio nella sua natura itinerante e fragile.
Dentro la tracklist
Il titolo – Forever Howlong – è già un indizio: una domanda che suona come un paradosso. Quanto dura per sempre? Quanto ci vuole per dimenticare? Quanto resistono i legami prima di spezzarsi? Le canzoni si muovono dentro questo spazio emotivo, dove ogni nota è una carezza e ogni pausa è un respiro trattenuto.
“The Boy” riprende l’estetica teatrale già abbozzata nei concerti post-Isaac, con un crescendo orchestrale che è quasi una dichiarazione d’intenti: non urleremo più, ma non smetteremo di emozionarvi.
“Somebody Else Is In Control” ci porta in territori più disillusi e onirici, un valzer incerto tra identità perdute e piccoli dolori quotidiani.
“Nancy Tries to Take the Night” è uno dei vertici emotivi dell’album, con May Kershaw che guida una ballata crepuscolare che potrebbe stare bene in un film di A24, come nei film di registi come Ari Aster (Hereditary, Midsommar), Robert Eggers (The Witch, The Lighthouse), o Alex Garland (Ex Machina, Men), ma anche drammi come Lady Bird, Moonlight o The Green Knight.
“The Clamp” è più ritmata, con un’energia nervosa che sembra evocare i vecchi BCNR ma senza nostalgia: qui il cambiamento è metabolizzato, non più subito.
“Laughing Song” è un piccolo prodigio di ironia dolceamara, mentre “Horses” è il momento più cinematico, quasi lynchiano, con una tensione strisciante sotto la superficie.
“The Oven” chiude l’album come un sipario che scende lentamente, lasciando lo spettatore in silenzio, a chiedersi cosa sia successo davvero.
Una forma collettiva
Curiosità: molte delle canzoni dell’album sono nate durante il tour post-Bush Hall, provate e riprovate dal vivo prima di trovare la forma definitiva in studio. Il gruppo ha dichiarato più volte che Forever Howlong è il disco più collaborativo che abbiano mai realizzato, con ogni membro coinvolto non solo nella scrittura, ma anche negli arrangiamenti e nella produzione.
È un disco che parla di amicizia, della paura di crescere, della bellezza che si trova nella vulnerabilità.
La verità è corale
Forever Howlong è questo: una casa aperta. Una finestra su un gruppo che ha smesso di chiedersi cosa sia il successo, e ha cominciato a chiedersi chi vuole essere davvero. E mentre il mondo corre, loro restano lì, con gli strumenti in mano e il cuore spalancato. In attesa di un altro passaggio, un’altra canzone, un altro “per sempre” da abitare.
Isaac Wood ha lasciato i Black Country, New Road nel gennaio 2022, pochi giorni prima dell’uscita del loro secondo album Ants From Up There. Il motivo dichiarato è stato legato a problemi di salute mentale: in un comunicato ufficiale, ha parlato apertamente della difficoltà di continuare a esibirsi e a fare tournée, dicendo che «non si sentiva più in grado di farlo con la serenità necessaria». Il suo addio è stato un momento delicato per la band, che ha scelto però di non cercare un sostituto e di non suonare più i brani scritti con lui, trasformando il trauma in occasione creativa. È da lì che nasce la seconda vita del gruppo, documentata inizialmente nel live Live at Bush Hall e ora definitivamente confermata da Forever Howlong.

