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Paolo Rumiz / Maschere per un massacro

Paolo Rumiz firma copie del libro Il bene ostinato, Bari 2011

Foto: Medici con l'Africa Cuamm, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Paolo Rumiz è scrittore e giornalista triestino, inviato speciale e editorialista. Dal 1986 segue gli eventi dell’area balcanico-danubiana. Vince il premio Hemingway nel 1993 per i servizi dalla Bosnia. Va lì quando quasi nessuno ancora capisce cosa sta succedendo.

Nel 1996 pubblica Maschere per un massacro con il sottotitolo “Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia”. Definisce quello che ha visto “un massacro costruito in laboratorio e sdoganato ai fessi come conflitto di civiltà, scontro tribale o generica barbarie”.

La tesi è precisa e scomoda: quella era una guerra costruita come inganno. La propaganda imbastisce un enorme lavoro di falsificazione del presente e del passato, rievocando e mitizzando antiche battaglie e antiche stragi, per far sì che il futuro aggressore si ritenga aggredito. L’odio nasce solo se qualcuno decide di usarlo.

Sarajevo, nel racconto di Rumiz, era un fattore di complessità insopportabile, una contraddizione troppo forte rispetto al concetto di società chiusa propugnato dai serbi bosniaci. Una città di commercio e incontro tra culture diverse, aperta da secoli a Istanbul, Venezia, Spalato. Per questo diventò un bersaglio.

Eppure, nonostante i cecchini e i mortai, nonostante il rogo della Biblioteca Nazionale, in guerra la vera immagine di Sarajevo era la vita. Bambini che giocano nelle strade bombardate. Ragazzi che improvvisano danze. Donne che si tagliano i capelli durante una tregua.

Rumiz capisce che la cecità non è solo dei carnefici. È dell’Europa intera. Il titolo lo dice già: quello che non abbiamo voluto sapere.


I Condotti che si aprono da Paolo Rumiz

Sarajevo — la città raccontata dall’interno, mentre bruciava. Il rogo della Biblioteca Nazionale come evento simbolo della guerra.

Ratko Mladić — il comandante che ordina l’assedio. La macchina militare che Rumiz descrive dall’esterno, mentre lui è dentro.

La Biblioteca — il cuore della cultura bosniaca bruciato nell’agosto 1992. L’obiettivo non era la guerra, era la memoria.

Remigrazione — la stessa struttura. La propaganda che convince il futuro aggressore di essere aggredito. Il manuale si ripete.

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