Onde Libere
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Con radio libere si indica l’insieme delle esperienze radiofoniche nate in Italia fuori dai circuiti commerciali e istituzionali, dal monopolio statale dell’etere fino alle trasmissioni indipendenti che oggi resistono via FM e via web. Più che una categoria giuridica netta, indica una postura: frequenze, voci e comunità che hanno scelto un’autonomia radicale rispetto ai formati regolati. Il termine copre tanto le prime trasmittenti pirata degli anni Settanta quanto le web radio e i podcast del presente, tenute insieme da un principio comune, dare voce a chi non ce l’ha, fuori da ogni gerarchia tra emittente e ascoltatore.
Il seme, prima della legge
La cronologia delle radio libere italiane comincia prima che la legge le renda possibili. Il primo gesto è quello di Danilo Dolci, che nel marzo 1970 dà vita in Sicilia a Radio Sicilia Libera: una trasmissione durata poco più di ventisei ore, dal 25 al 26 marzo, interrotta dall’intervento dell’autorità e dal sequestro delle apparecchiature. Resta il primo vero esempio di radio libera nel Paese, un atto di denuncia contro il silenzio calato su una comunità terremotata.
Quattro anni dopo tocca a Bologna. Nel novembre 1974, da una roulotte parcheggiata sul Colle dell’Osservanza, va in onda Radio Bologna per l’accesso pubblico, ideata dal regista Roberto Faenza e da Rino Maenza. Le trasmissioni durano otto giorni, dal 23 al 30 novembre, con mezzi rudimentali: un trasmettitore militare modificato e un’antenna issata su un manico di scopa, capace di raggiungere settecentomila ascoltatori tra i 102 e i 104 MHz. Non era pensata per durare. Era una provocazione culturale e un esempio pionieristico di controinformazione, che si conclude volontariamente un minuto dopo la firma, da parte di Aldo Moro, del primo decreto di riforma della RAI.
L’anno zero
Lo spartiacque è il 1976. Con la sentenza 202/1976 la Corte Costituzionale dichiara illegittimo il monopolio statale sulle trasmissioni in ambito locale, aprendo di fatto l’etere alle emittenti private e alle radio di movimento. È l’anno zero: dalla scintilla giuridica nasce un’esplosione di trasmittenti che coprono il territorio con formati destrutturati, palinsesti aperti e una comunicazione orizzontale senza precedenti.
L’emittente che più di ogni altra incarna quella stagione è Radio Alice, in onda a Bologna dal 9 febbraio 1976 sulla frequenza di 100,6 MHz, con un trasmettitore militare acquistato da un demolitore di Medicina. Il suo principio operativo, dare voce a chi non ce l’ha, si traduce nella possibilità per chiunque di intervenire in diretta: niente palinsesti rigidi, niente format preconfezionati, ma un flusso continuo di voci, musiche e pensieri.
L’esperienza della roulotte del 1974 ne era stata il preludio e la palestra: Valerio Minnella, tra le voci principali di Radio Alice, ha riconosciuto in quell’iniziativa un momento di apprendimento, e il modello di conduzione collettiva già praticato nel 1974 si rivelò centrale per la nuova emittente. Radio Alice viene chiusa dalle forze dell’ordine la sera del 12 marzo 1977, il giorno dopo l’uccisione dello studente Francesco Lorusso e nel pieno dei giorni del Movimento. L’emittente trasmette in diretta l’intera irruzione, fino alla distruzione delle apparecchiature, e la sua parabola diventa il simbolo della tensione tra libertà dell’etere e potere costituito.
La normalizzazione e la resistenza
Gli anni Ottanta portano il riflusso. La proliferazione selvaggia delle emittenti apre la strada alla concentrazione, e la Legge Mammì del 1990 riordina il sistema radiotelevisivo sancendo la fine della stagione più libera e caotica. Molte radio chiudono, altre si commercializzano, alcune scelgono di restare fedeli alla propria vocazione antagonista. La storia delle radio libere diventa da qui in avanti una storia di sopravvivenza selettiva: chi resiste lo fa cambiando pelle, spostandosi dai margini dell’FM verso il digitale, i centri sociali, le reti comunitarie.
Il testimone attraversa i decenni. Gli anni Novanta portano le radio autoprodotte, cyberpunk e nomadi; gli anni Duemila spostano la battaglia sullo streaming e sulle web radio; il decennio successivo trasforma la radio in un oggetto transmediale fatto di podcast, archivi sonori attivi e mappe collaborative. Il filo che lega Danilo Dolci a una web radio di oggi non è tecnologico ma politico: la scelta di essere dissonanti, di suonare il mondo fuori da ogni algoritmo.
La radio contro il calcolo
Il presente delle radio libere si gioca su un terreno nuovo. L’avversario non è più soltanto il monopolio, ma l’automazione: la selezione algoritmica dei contenuti, la playlist generata dal software, la logica dello streaming che promette scelta infinita e restituisce omogeneità. In questo scenario la radio indipendente riscopre il valore di una voce che sceglie, di un palinsesto pensato da una persona e non da un sistema di raccomandazione. La postura resta quella del 1976, trasferita in un contesto dove la libertà da difendere non è più solo quella dell’etere, ma quella dell’orecchio.
Radio Pirata, la Radio nella Radio
La rete ha nel frattempo rovesciato le condizioni materiali. Trasmettere richiedeva antenne, concessioni e trasmettitori costosi, e quella barriera selezionava chi poteva prendere parola. Lo streaming la riduce a un server e a un computer, e sposta il peso dell’impresa su cosa si ha da dire. Un esempio di quello che diventa possibile è Radio Pirata, la Radio nella Radio, il podcast di Gabriele Barbi dedicato alla storia e all’attualità del mezzo. Prodotto in autonomia, viene ripreso da più emittenti indipendenti, ciascuna con la propria collocazione in palinsesto e in versioni adattate al proprio registro: Radio 100 Passi, che porta avanti la battaglia antimafia di Peppino Impastato, la toscana Radio Grad, che trasmette esclusivamente musica copyleft fuori dai circuiti delle major, e Radiocom.TV. Il meccanismo della programmazione condivisa tra emittenti, che negli anni Novanta chiedeva la struttura di un consorzio, funziona oggi a partire da una persona sola. La conseguenza è anche di scala: una voce locale diventa un nodo raggiungibile ovunque.
Da qui si aprono:
Solo chi può sentirla trova la rotta · Città di Frontiera
⚡ Carico la rete…
