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Sefarad

Copie della Haggadah di Sarajevo, manoscritto ebraico medievale portato dalla Spagna dai Sefarditi nel 1492

Foto: Smooth_O, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Sefarad è il nome ebraico della Spagna.

Nella tradizione, la parola compare una volta sola nella Bibbia, nel libro del profeta Abdia. Per secoli, gli ebrei che vivevano nella penisola iberica costruirono lì la loro casa, la loro cultura, la loro lingua. Contribuirono alla politica, alla medicina, alla filosofia, alle finanze dei regni cristiani e islamici che si alternarono al potere.

Il 31 marzo 1492, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona firmarono il Decreto dell’Alhambra. La scelta era due: conversione al Cristianesimo o esilio. Pena la morte e la confisca di tutti i beni. Gli ebrei avevano quattro mesi per lasciare.

Decine, forse centinaia di migliaia, partirono. La storiografia racconta che portarono con sé solo le chiavi di casa, nella speranza un giorno di farvi ritorno. Alcune famiglie conservarono quelle chiavi per generazioni, passandole ai figli come si passa un nome.

Raggiunsero il Nord Africa, i Balcani, l’Impero Ottomano. Le comunità sefardite più importanti si formarono a Istanbul, Salonicco, Smirne, Gerusalemme, Sarajevo, Sofia e Il Cairo. Nelle nuove terre conservarono il loro spagnolo, una varietà del castigliano medievale che si sviluppò in modo isolato, chiamata Ladino o judezmo — una lingua che sopravvisse alla Spagna.

Il Decreto dell’Alhambra rimase in vigore per secoli. La Spagna riconobbe formalmente questa ingiustizia storica solo nel XX secolo.


I Condotti che si aprono da Sefarad

Sarajevo — la città dell’Impero Ottomano che accolse i Sefarditi e conservò i loro libri fino al 1992.

1492 — l’anno del Decreto dell’Alhambra, della caduta di Granada, della partenza di Colombo. Una data che non smette di aprire strade.

Il Ladino — la lingua del medioevo spagnolo sopravvissuta nella diaspora, ancora viva in alcune comunità di Istanbul e nei Balcani.

Granada — l’ultima città islamica della Spagna, conquistata nel gennaio del 1492, il cui nome è inseparabile da quello dell’espulsione.

Le chiavi — oggetto e metafora. La chiave di una casa che non esiste più, di un paese che ha impiegato secoli ad aprire la porta.

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