Max Martin e la Fabbrica Pop Svedese di Stoccolma

Reading Time: 14 minutesMax Martin è il nome segreto dietro il successo della musica pop svedese globale. Marcus scopre come Stoccolma, grazie a produttori come Max Martin e Ludwig Göransson, sia diventata la capitale nascosta della produzione musicale mondiale. Ma dietro il Brand Nordico perfetto emergono contraddizioni inquietanti: IKEA che opera in Israele, Spotify che finanzia droni militari, artisti come Björk e Deerhoof che scelgono il boicottaggio. Un viaggio tra il genio del “Swedish Music Miracle” e le crepe etiche di un’industria che vende valori ma li tradisce.

Cheiron Studios Stoccolma dove Max Martin ha creato la musica pop svedese globale

By LaserCaution at English Wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39683205

Reading Time: 14 minutes

Un viaggio nel cuore della produzione musicale globale e nelle contraddizioni del Brand Nordico


Fiction Narrativa – Disclaimer Importante

Questo reportage è parte del progetto “Nordic Voices – La Grande Rete Musicale Vichinga d’Europa”, concepito come un’opera di narrative journalism fiction che esplora l’eredità musicale nordica contemporanea attraverso la forma del diario di viaggio.

Natura del Testo

Si tratta di un racconto romanzato basato su fenomeni culturali reali e ricerca accademica documentata, ma con ampia licenza artistica per creare un’esperienza narrativa coinvolgente.

Personaggi e Dialoghi

Il protagonista Marcus Lindberg è completamente inventato. Tutti i personaggi secondari che Marcus incontra nel suo viaggio sono rappresentati come personaggi letterari. Tutti i dialoghi specifici sono completamente inventati dall’autore. Tutti i pensieri interiori e le sequenze narrative dettagliate sono frutto di elaborazione creativa.

Disclaimer Critico

Anche quando vengono utilizzati nomi di persone reali esistenti come Kvitrim dei Djevel, Sigríður Hjördís Indriðadóttir, Ola Johansson, Anders Trentemøller, Jenny Hval, Lars Jørgensen e altri musicisti, accademici o ricercatori, i dialoghi, le opinioni, le posizioni e i pensieri qui attribuiti loro sono interamente fittizi e creati dall’autore come dispositivo narrativo per esplorare temi culturali complessi.

Queste persone non sono state intervistate per questo progetto e non hanno necessariamente espresso le opinioni qui rappresentate. L’autore si assume la piena responsabilità creativa per tutte le parole messe in bocca ai personaggi.

Elementi Reali e Documentati

I luoghi, i fenomeni culturali e i movimenti musicali descritti sono storicamente documentati e sociologicamente studiati: la scena Black Metal norvegese degli anni ’90, il fenomeno Björk e Sigur Rós in Islanda, il successo globale del pop svedese, il design scandinavo e le filosofie hygge/lagom, il welfare state nordico, i movimenti neopagani Ásatrú, l’appropriazione dei simboli nordici da parte dell’estrema destra, il Regno del Mare del Nord di Canuto il Grande.

Gli artisti, le band e le loro opere citate – Mayhem, Björk, Wardruna, Sigur Rós, Amon Amarth, Röyksopp, Deerhoof, King Gizzard & the Lizard Wizard, Massive Attack, Djevel e molti altri – sono tutti reali e autentici.

Le azioni pubbliche degli artisti menzionate sono eventi documentati e verificabili attraverso fonti pubbliche citate nella bibliografia.

I concetti teorici utilizzati – patrimonio culturale immateriale UNESCO, società in rete di Manuel Castells, de-territorializzazione culturale, significanti fluttuanti – sono autentici framework accademici applicati narrativamente per spiegare i fenomeni osservati.

Intento dell’Opera

Questo testo privilegia l’impatto narrativo e la capacità di coinvolgere il lettore nell’esplorazione di questioni culturali complesse, rispetto alla rigida aderenza documentaria. È narrative journalism nel senso più ampio del termine: un’indagine culturale raccontata attraverso la finzione.

Responsabilità

L’autore si assume la piena responsabilità per ogni licenza artistica presa e per ogni interpretazione creativa dei fenomeni culturali esplorati. Eventuali imprecisioni, semplificazioni o distorsioni sono intenzionali scelte narrative, non errori fattuali.


Giorno 9: Nel Cuore della Macchina Pop

L’Arlanda Express porta Marcus dall’aeroporto al centro di Stoccolma in venti minuti. La città è completamente diversa da Oslo e Reykjavik — più grande, più europea, più levigata. Le strade sono pulite come sale operatorie, gli edifici color ocra e rosa si riflettono nell’acqua dei canali, e ovunque Marcus va sente musica pop perfetta che esce dai negozi, dai caffè, dalle cuffie della gente per strada.

È qui che sono nati gli ABBA. È qui che sono nati Roxette, Ace of Base, The Cardigans, Robyn, Icona Pop. È qui che una piccola nazione di dieci milioni di persone è diventata la terza più grande esportatrice di musica al mondo, dopo Stati Uniti e Regno Unito.

Ma perché?

Marcus ha un appuntamento con Ola Johansson, professore di geografia all’University of Pittsburgh at Johnstown, che si trova a Stoccolma per continuare la ricerca che ha portato al suo libro “Songs from Sweden: Shaping Pop Culture in a Globalized Music Industry“. Si incontrano in un ufficio temporaneo che l’università Linnaeus gli ha messo a disposizione, nel quartiere di Kungsholmen.

L’ufficio è piccolo ma funzionale — librerie piene di volumi sulla geografia culturale, una mappa di Stoccolma sulla parete con punti rossi che segnano studi di registrazione, post-it colorati ovunque. Dalla finestra si vede il ponte Västerbron e l’acqua grigia del Riddarfjärden.

“Marcus, giusto?” Ola si alza dalla scrivania coperta di appunti. È un uomo sui cinquant’anni, capelli grigi, occhiali rotondi, un’aria accademica ma rilassata. “Hai detto che stai facendo un reportage sull’eredità nordica nella musica contemporanea. Bene, allora sei nel posto giusto. Perché quello che è successo qui a Stoccolma è forse il fenomeno più importante della musica pop globale degli ultimi trent’anni. E nessuno se n’è accorto.”

Dal Miracolo 1.0 al Miracolo 2.0

Ola apre il suo laptop e mostra a Marcus una slide che ha usato per una presentazione recente.

“Nel mio libro distinguo tra due fenomeni,” spiega. “Il primo è quello che chiamo ‘Swedish Music Miracle 1.0‘ — gli artisti svedesi che sono diventati famosi in tutto il mondo. ABBA negli anni ’70, Roxette e Ace of Base negli anni ’80 e ’90, The Cardigans, Robyn. Tutti conoscono questi nomi.”

Marcus annota. “E il Miracolo 2.0?”

“Il 2.0 è quando l’industria musicale svedese ha cambiato strategia. Invece di produrre artisti famosi, ha iniziato a produrre songwriter e producer che lavorano dietro le quinte per artisti globali. Max Martin è l’esempio perfetto. Conosci Max Martin?”

“Certo,” dice Marcus. “Ha prodotto praticamente tutto quello che è passato in radio negli ultimi vent’anni.”

“Esatto. Ma quante persone sanno chi è? Quasi nessuno. Eppure ha 26 hit numero uno come produttore sulla Billboard Hot 100 — record mondiale. Ha scritto o co-prodotto ‘Blinding Lights‘ di The Weeknd, che è la canzone numero uno nella classifica ‘Hot 100’s Greatest of All Time‘. Ha lavorato con Britney Spears, Katy Perry, Taylor Swift, Ariana Grande, The Weeknd. È l’uomo più potente della musica pop mondiale, e nessuno lo riconoscerebbe per strada.”

Marcus guarda la foto sul laptop — un uomo normale, maglietta nera, niente di appariscente.

“Questo è il genio del modello svedese,” continua Ola. “Il prodotto deve brillare, non il produttore. È minimalismo culturale. È funzionalità. È… svedese.”

La Geografia del Pop

Ola si alza e va alla mappa sulla parete. È coperta di punti rossi, blu, verdi.

“Quello che ho cercato di fare nel mio libro è applicare la geografia culturale ed economica alla musica pop. Perché Stoccolma? Perché proprio questa città è diventata il centro della produzione pop globale?”

“E la risposta?” chiede Marcus.

“Sono tre fattori interconnessi: circolazione, reputazione, ibridità.” Ola indica i punti sulla mappa. “Primo: circolazione. Gli artisti globali vengono qui a Stoccolma per registrare, per collaborare, per scrivere canzoni. La città è diventata un nodo nella rete globale della produzione musicale. Secondo: reputazione. C’è un ‘capitale reputazionale’ associato alla musica svedese — se un produttore è svedese, si assume automaticamente che sia bravo, professionale, che consegni in tempo e faccia hit. Terzo: ibridità. Le canzoni prodotte qui attingono sia da espressioni culturali locali che globali. Non sono ‘puramente svedesi’ né ‘puramente americane’. Sono ibride.”

Marcus pensa a quello che ha scritto nelle settimane precedenti sulla Rete del Ghiaccio, proprio lo stesso meccanismo.

“Ma da dove viene questa capacità?” chiede. “Come è iniziato tutto questo passaggio dal Miracolo 1.0 al 2.0?”

La Leggenda di Cheiron

Ola torna alla scrivania e apre un’altra cartella sul computer. Mostra a Marcus foto d’archivio — un palazzo industriale, uno studio di registrazione, un uomo giovane con gli occhiali.

Denniz Pop. Vero nome: Dag Krister Volle. Nel 1992 apre insieme a Tom Talomaa uno studio qui a Kungsholmen chiamato Cheiron Studios. Il nome viene da Chirone, il centauro della mitologia greca che insegnò a Dioniso a cantare.”

Marcus sorride. “Appropriato.”

“Denniz era un genio. Aveva capito che la musica pop americana aveva una formula — struttura melodica precisa, produzione impeccabile, hook irresistibili. E aveva capito che quella formula poteva essere perfezionata. Nel 1993 recluta un ragazzo che cantava in una band glam metal, Karl Martin Sandberg. Gli cambia il nome in Max Martin e gli insegna tutto quello che sa.”

“E poi?”

“E poi arrivano i successi. Backstreet Boys, Robyn, Britney Spears. Cheiron diventa il centro della rivoluzione teen-pop degli anni ’90. Ma nel 1998, tragedia: Denniz Pop muore di cancro allo stomaco. Aveva solo 35 anni.”

Ola fa una pausa, guardando la foto di Denniz Pop.

“La sua morte avrebbe potuto essere la fine. Invece è stata solo l’inizio. Max Martin prende quello che Denniz gli ha insegnato e lo porta a livelli che nessuno aveva mai visto. Chiude Cheiron e apre Maratone Studios. E da lì… beh, conosci la storia. Katy Perry, Taylor Swift, The Weeknd. Ventotto hit numero uno come songwriter, secondo solo a Paul McCartney.”

L’Ibridità Culturale

Marcus chiede: “Ma cosa rende una canzone ‘svedese’? Voglio dire, quando ascolti una canzone di Ariana Grande prodotta da Max Martin, non senti niente di scandinavo. Non ci sono riferimenti ai vichinghi o ai fiordi.”

“Esattamente!” Ola si anima. “Questo è il punto cruciale. L’eredità nordica nel pop svedese non è contenuto — è metodo. È approccio. Le canzoni sono ‘culturalmente ibride’ — attingono sia da espressioni locali che globali. La melodia può essere universale, ma il modo in cui è costruita, la precisione della produzione, il minimalismo funzionale — quello viene da qui.”

“Puoi farmi un esempio concreto?” chiede Marcus.

Ola ci pensa un momento. “Ludwig Göransson. Conosci Ludwig Göransson?”

Marcus annuisce vagamente. “Il nome mi suona…”

“Svedese, classe 1984. Studia composizione alla Royal College of Music di Stoccolma, poi va al Berklee College of Music negli Stati Uniti. Inizia a lavorare con Donald GloverChildish Gambino — e produce ‘This Is America‘ nel 2018. Vince quattro Grammy per quella canzone.”

“Quella con il video…” Marcus ricorda.

“Esatto. Ma Göransson non fa solo pop. Fa colonne sonore. Black PantherOscar per la migliore colonna sonora. The MandalorianEmmy. Oppenheimer di Christopher Nolan — altro Oscar. Tenet, Creed, We Own This City. È ovunque, ma nessuno lo conosce.”

“Come Max Martin,” osserva Marcus.

“Precisamente. Ma il punto interessante è il suo metodo. Quando ha composto la colonna sonora di Black Panther, è andato in Senegal per studiare la musica africana. Ha registrato percussioni tradizionali, ha lavorato con musicisti locali. Poi ha portato tutto quello in studio e l’ha fuso con orchestra sinfonica, elettronica, hip-hop. Ibridità culturale estrema.”

Ola fa una pausa, cercando le parole giuste.

“Ma la struttura, l’architettura sonora, la precisione nella produzione — quella è svedese. Göransson applica il metodo scandinavo a contesti completamente diversi. Quando compone per Oppenheimer, la musica deve essere claustrofobica, ansiogena, ma anche elegante. Quando produce per Childish Gambino, il beat deve essere preciso come un orologio svizzero ma suonare organico. È la stessa filosofia di Max Martin applicata a generi diversi.”

Marcus scrive rapidamente. “Quindi il ‘Miracolo 2.0’ non è solo pop commerciale.”

“No. È un approccio alla produzione sonora che funziona ovunque — pop, hip-hop, colonne sonore, musica per videogiochi. E la nuova generazione continua. Produttrici come Laleh — iraniana-svedese, ha fondato la sua label Lost Army e ha costruito una carriera che va dalla produzione per se stessa alla collaborazione con artisti internazionali. Ha firmato canzoni per Demi Lovato, Adam Lambert, Tori Kelly. È il modello svedese applicato a una doppia identità culturale — non isolamento creativo, ma controllo della propria visione artistica mentre si lavora nella rete globale. O Ilya Salmanzadeh, che ha prodotto con Max Martin per anni e ora lavora da solo con Ariana Grande e The Weeknd.”

Ola si alza e va alla finestra, guardando Stoccolma che si stende sotto un cielo grigio di novembre.

IKEA: Il design scandinavo

“Pensa al design scandinavo. IKEA. Linee pulite, funzionalità massima, niente ornamenti superflui. Ogni elemento serve a uno scopo. Questo è lo stesso principio applicato alla musica. Ogni nota, ogni beat, ogni elemento sonoro deve avere una ragione per esistere. Il pop svedese è architettura sonora. E funziona per ‘This Is America‘ come per la colonna sonora di Oppenheimer come per un brano di Taylor Swift.”

Marcus pensa a quello che ha scritto nei suoi appunti: “La Rete Contemporanea traduce principi culturali in estetiche che funzionano globalmente.”

“Ma c’è anche un altro fattore,” continua Ola, tornando alla scrivania. “Lo spirito collettivista. Il welfare state svedese — quello che chiamiamo ‘folkhemmet‘, la casa del popolo. C’è una cultura del teamwork, della collaborazione. I producer svedesi non lavorano da soli. Lavorano in team multinazionali. Scrivono con artisti americani, produttori britannici, songwriter coreani. È una rete globale con Stoccolma al centro.”

“Una rete,” ripete Marcus. “Come quella vichinga che ho seguito finora.”

“Esattamente. Solo che invece di navi drago e rotte commerciali, abbiamo studi di registrazione e collaborazioni digitali. Ma il meccanismo è lo stesso: circolazione, ibridazione, sintesi.”

Giorno 10: Le Crepe nel Brand Perfetto

Il giorno dopo, Marcus visita il flagship store IKEA appena fuori Stoccolma. Il magazzino è enorme come una cattedrale laica. Migliaia di persone circolano tra stanze finte, cucine dimostrative, soggiorni modello. Tutti i mobili hanno nomi scandinavi impronunciabili. Tutto è fatto di legno chiaro, linee semplici, funzionalità massima.

Marcus si siede su una poltrona chiamata POÄNG e scrive sul suo taccuino: “IKEA non vende mobili. Vende una filosofia. Vende l’idea che la vita può essere più semplice, più ordinata, più luminosa. Vende il Brand Nordico.”

E improvvisamente capisce. Il pop svedese, il design scandinavo, persino i concetti come hygge e lagom che stanno esplodendo come fenomeni globali — sono tutti parte dello stesso fenomeno. Un Brand Nordico globale che promette una soluzione ai problemi percepiti della modernità: complessità, disordine, stress, consumismo sfrenato.

Quella sera, Marcus cena in un ristorante scandinavo minimalista dove ogni piatto costa quaranta euro e sembra un’opera d’arte. Parla con Astrid, la chef, una donna sui cinquant’anni che ha studiato a Copenhagen prima di aprire il suo locale a Stoccolma.

“La cucina nordica,” spiega Astrid, “è come il pop svedese. Ingredienti puri, preparazione semplice, presentazione elegante. Niente maschere. Niente fronzoli. Solo l’essenza.”

“Ma non è anche questo un tipo di astrazione?” chiede Marcus. “Voglio dire, la vita reale in Scandinavia non è sempre così perfetta e minimal.”

Astrid sorride. “Certo che no. Ma quello che vendiamo non è la realtà. È l’aspirazione. La gente in tutto il mondo vuole credere che esista un posto dove le cose funzionano, dove tutto è in equilibrio, dove si può essere felici senza eccessi. Il Nord è diventato quel posto nell’immaginario globale.”

Marcus pensa: “La Rete Contemporanea non trasmette il passato, ma crea narrazioni semplificate e idealizzate che funzionano come rifugi culturali.”

L’Incontro con Sara

La mattina dopo, Marcus si sveglia con una serie di messaggi sul telefono. Sono da Leila, una sua amica giornalista attivista che vive a Malmö. Ha letto le sue note su Instagram dove ieri aveva postato foto entusiaste da IKEA.

“Marcus, seriamente? Stai celebrando IKEA mentre ha negozi in Israele e continua le operazioni durante un genocidio? Pensavo fossi più sveglio.”

Marcus si siede sul bordo del letto. Il suo entusiasmo di ieri gli sembra improvvisamente naive. Apre il laptop e inizia a cercare. Quello che trova lo mette a disagio.

IKEA ha diversi negozi in Israele e non ha mostrato alcuna intenzione di chiuderli o sospendere le operazioni nonostante le crescenti richieste del movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e nonostante la documentata violenza contro la popolazione civile palestinese.

Marcus rilegge quello che ha scritto ieri sul suo taccuino: “IKEA non vende mobili. Vende una filosofia. Vende l’idea che la vita può essere più semplice, più ordinata, più luminosa. Vende il Brand Nordico.”

Ma quale filosofia? Quali valori?

Chiama Leila e lei gli organizza un incontro con Sara, un’attivista svedese di origine palestinese che lavora con movimenti per i diritti umani. Si vedono in un piccolo caffè a Södermalm, non lontano dall’ufficio dove Marcus ha incontrato Ola Johansson.

Sara ha trent’anni, studia scienze politiche, e quando Marcus le spiega il suo progetto sulla musica nordica, lei annuisce.

“Capisco cosa stai facendo. Ma devi capire una cosa fondamentale: il Brand Nordico — questa immagine di valori progressisti, uguaglianza, sostenibilità, democrazia — è potente perché è selettivo. Sceglie cosa mostrare e cosa nascondere.”

“In che senso?” chiede Marcus, anche se comincia a capire.

IKEA vende un’immagine di semplicità democratica. ‘Design per tutti’. Prezzi accessibili. Sostenibilità ambientale. Ma quando si tratta di sostenibilità umana, di diritti umani, cosa fa? Continua a operare in Israele mentre Gaza viene bombardata. Mentre ospedali, scuole, case vengono distrutte. Mentre migliaia di civili, di bambini, muoiono.”

Sara mostra a Marcus il suo telefono. Ci sono screenshot di campagne di boicottaggio, liste di aziende, testimonianze.

“E non è solo IKEA,” continua Sara. “Guarda Spotify. La musica che ami tanto, quella ‘eredità nordica’ che stai studiando. Sai cosa sta succedendo su Spotify?”

Due Boicottaggi, Una Rabbia

Marcus scuote la testa. Sara inizia a spiegare.

“Ci sono due movimenti di boicottaggio in corso contro Spotify. Il primo è geografico: centinaia di artisti stanno geo-bloccando Israele. Fanno parte della campagna ‘No Music for Genocide‘. La loro musica non è più accessibile agli ascoltatori israeliani.”

Sara scorre sul telefono e gli mostra la lista. Marcus riconosce alcuni nomi: Massive Attack, Paramore, Fontaines D.C., Japanese Breakfast, Caribou, Kneecap, Aminé. E poi vede un nome che lo colpisce.

“Björk?” dice incredulo. “Quella Björk di cui ho scritto a Reykjavik?”

“Proprio lei,” conferma Sara. “A settembre 2025 ha geo-bloccato Israele insieme a oltre 400 altri artisti. La sua musica non è più disponibile su Spotify e Apple Music per gli ascoltatori israeliani. Non ha fatto dichiarazioni ufficiali, ma ha una storia di supporto alla Palestina. Nel novembre 2023 aveva postato mappe storiche della regione.”

Marcus si sente confuso. Björk, l’incarnazione dell’astrazione nordica, aveva preso una posizione politica netta.

“Ma c’è un secondo boicottaggio,” continua Sara, “e questo è ancora più radicale. Alcuni artisti hanno cancellato completamente la loro musica da Spotify. Non geo-blocking. Cancellazione totale.”

“Perché?” chiede Marcus.

“Perché il CEO di Spotify, Daniel Ek, ha investito 700 milioni di dollari in Helsing, un’azienda tedesca che produce droni militari con intelligenza artificiale, tecnologia per aerei da combattimento, sottomarini autonomi. Ek è diventato chairman di Helsing. I profitti di Spotify — generati dalla musica degli artisti — finanziano letteralmente macchine per uccidere.”

La Lista degli Artisti

Sara gli mostra un altro elenco. Questa volta i nomi sono diversi, più indie, più underground, ma la rabbia è la stessa.

Artisti che hanno lasciato completamente Spotify (2024-2025):

  • Deerhoof (primi a farlo, luglio 2024): “Non vogliamo che la nostra musica uccida persone”
  • King Gizzard & the Lizard Wizard (i più famosi): hanno cancellato quasi tutto il catalogo
  • Xiu Xiu: “Spotify è un portale di spazzatura verso l’armageddon violento”
  • Leah Senior (Australia): “Qualcosa è scattato quando ho visto l’investimento”
  • Nicholas Allbrook
  • Dr Sure’s Unusual Practice
  • Kalahari Oyster Cult (intera label belga)
  • Massive Attack (hanno fatto ENTRAMBE le cose: geo-block Israele + uscita totale)

Massive Attack è interessante,” dice Sara. “Sono i primi artisti major label ad andarsene. Hanno detto che ‘il peso economico che da tempo grava sugli artisti ora è aggravato da un peso morale ed etico’.”

Marcus scrive furiosamente. “Quindi ci sono due battaglie parallele. Una contro il sostegno di aziende a Israele. Una contro l’investimento in tecnologia militare.”

“Esattamente. E entrambe mostrano la stessa cosa: il Brand NordicoIKEA che vende ‘democrazia del design’, Spotify che vende ‘musica per tutti’ — è vuoto quando si tratta di prendere posizioni etiche vere. È marketing. Non sono valori.”

La Contraddizione Centrale

Marcus passa il pomeriggio a camminare lungo il lungomare di Djurgården mentre il sole pallido di novembre scende già alle tre del pomeriggio.

Il problema non è solo IKEA o Spotify. Il problema è la contraddizione centrale del Brand Nordico: vende valori che poi tradisce quando diventa scomodo mantenerli. Vende l’immagine della Scandinavia progressista, egualitaria, giusta — ma questa immagine è un prodotto, non una realtà.

La Svezia ha una delle industrie belliche più sviluppate d’Europa. La Norvegia ha costruito la sua ricchezza sul petrolio. La Danimarca ha politiche sull’immigrazione che molti definiscono xenofobe. IKEA, simbolo globale del design democratico nordico, continua a fare affari in uno stato che viola sistematicamente i diritti umani. E Spotify, che ha reso la musica nordica accessibile al mondo, finanzia droni che uccidono.

Marcus riapre il suo taccuino e scrive:

“Il Brand Nordico funziona come astrazione. Prende elementi reali — design minimale, welfare state, felicità — e li trasforma in un’immagine idealizzata che ignora le contraddizioni. È un rifugio culturale per chi vive in contesti più caotici. Ma cosa succede quando quello stesso brand sostiene regimi e tecnologie che violano i valori che dice di rappresentare?

Rimane solo marketing. Solo superficie. Solo POÄNG e BILLY e MALM — nomi scandinavi su prodotti fatti in fabbriche sparse per il mondo, venduti a persone che credono di comprare un pezzo di quella vita nordica perfetta che, forse, non è mai esistita.”

Il Privilegio dell’Etica

Quella sera, Marcus torna nell’ufficio di Ola Johansson. Vuole porgli una domanda scomoda.

“Ola, ieri mi hai parlato del pop svedese come metodo perfetto. Di funzionalità, minimalismo, valori. Ma cosa succede quando scopri che le piattaforme che distribuiscono questa musica sostengono cose che contraddicono completamente quei valori?”

Ola si irrigidisce. “Stai parlando di Spotify e Helsing.”

“Sì. E di IKEA e Israele. E di tutte le altre aziende svedesi.”

Ola sospira e toglie gli occhiali, massaggiandosi gli occhi. “Guarda, Marcus. Nel mio libro ho analizzato la produzione musicale, la geografia culturale, i flussi globali. Non ho analizzato l’etica delle piattaforme di distribuzione. Ma hai ragione. È una contraddizione enorme.”

“Come la spieghi?”

“Non la spiego. È inspiegabile. Spotify è un’azienda svedese che ha democratizzato l’accesso alla musica — tutti possono ascoltare tutto, ovunque. Ma paga gli artisti una miseria. E ora finanzia armi. IKEA ha reso il design accessibile a milioni di persone. Ma opera in territori occupati. È il capitalismo globale che usa l’identità nordica come brand, ma poi tradisce i valori che quella identità dovrebbe rappresentare.”

“Gli artisti se ne stanno accorgendo,” dice Marcus. “Björk ha geo-bloccato Israele. Deerhoof, King Gizzard, Massive Attack hanno lasciato Spotify.”

“E possono permetterselo,” risponde Ola. “Björk, Massive Attack, King Gizzard hanno già carriere consolidate, pubblici fedeli. Per un artista emergente svedese, cancellarsi da Spotify o perdere il mercato israeliano è come tagliarsi le gambe.”

“Quindi è una questione di privilegi,” osserva Marcus. “Chi può permettersi l’etica e chi no.”

Ola rimette gli occhiali e guarda fuori dalla finestra, verso Stoccolma che sta precipitando nel buio pomeridiano. “Forse il vero problema del Brand Nordico è che ci ha convinti che potessimo essere buoni e ricchi. Progressisti e capitalisti. Etici e globali. Ma forse era sempre un’illusione. O forse era vero una volta, quando eravamo piccoli, locali, solidali. E poi siamo diventati globali, e nella globalizzazione i valori diventano marketing.”

Il Peso delle Scelte

Marcus lascia l’ufficio mentre fuori comincia a nevicare. I primi fiocchi dell’inverno svedese cadono sulle strade pulite di Stoccolma, sulla città perfetta, ordinata, funzionale.

Pensa agli ascoltatori di tutto il mondo che streamano musica su Spotify credendo di supportare artisti. Pensa ai consumatori che entrano in un IKEA credendo di comprare valori nordici. Pensa agli artisti che devono scegliere tra principi ed esposizione. Pensa a Björk che ha geo-bloccato Israele. Pensa a Deerhoof che ha scritto “non vogliamo che la nostra musica uccida persone”.

Sara gli ha mandato un messaggio: “La cultura non è neutrale. La musica non è neutrale. Il design non è neutrale. Ogni volta che celebri un brand senza interrogare le sue pratiche, stai scegliendo da che parte stare.”

Marcus scrive l’ultima nota della giornata:

“Le eredità sono contese non solo sul piano simbolico — chi può rivendicare i simboli vichinghi, chi può usare le rune — ma anche sul piano etico. Chi ha il diritto di rappresentare i ‘valori nordici’? Una multinazionale che vende mobili ma sostiene l’oppressione? Un paese che si proclama progressista ma esporta armi? Una piattaforma musicale che promuove artisti globali ma finanzia droni militari?

La Rete del Ghiaccio non è solo eredità musicale e culturale. È anche una rete di complicità economiche, di silenzi strategici, di contraddizioni non risolte. E forse il vero atto di fedeltà ai valori che il Nord dice di rappresentare non è celebrarli acriticamente, ma pretendere che vengano realmente vissuti.

Björk lo ha capito. Deerhoof lo ha capito. King Gizzard, Massive Attack, centinaia di altri artisti lo hanno capito. Hanno scelto. Anche io devo scegliere.”

Domani parte per Copenhagen. Ma quella notte, Marcus dorme male.


ᚦᛖ ᛁᚲᛖ ᚱᛖᛗᛖᛗᛒᛖᚱᛋ — E CONTINUA A SCEGLIERE