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Una rotta italiana: alla ricerca del post-punk (e dei suoi fantasmi)

Reading Time: 6 minutesIn questo articolo tracciamo una mappa possibile – e necessaria – del post-punk italiano, dalle sue radici storiche alle più recenti ramificazioni. Partendo dalle due etichette fondamentali degli anni ’80, IRA Records e Italian Records, attraversiamo la “generazione di mezzo” degli anni ’90 (Massimo Volume, CSI, Offlaga Disco Pax…) fino ad arrivare alla scena attuale, frammentata ma viva, con progetti come Qlowski, Soviet Soviet e Maple Death Records.
Il racconto si intreccia anche con il ruolo delle radio libere e indipendenti – da Radio Città 103 a Radio Atlantide – che hanno mantenuto viva questa rotta sonora nel tempo. Un viaggio attraverso suoni, attitudini e geografie culturali che sfuggono all’omologazione, ma tracciano un’identità altra, resistente e condivisa.

Mappa del post-punk Italiano

Mappa del post-punk Italiano

Reading Time: 6 minutes

Me lo sono chiesto per settimane, negli intervalli tra un articolo e l’altro sul neo post-punk britannico e irlandese: qui da noi è mai esistito qualcosa di simile? Conoscevo già in parte la risposta, e ne intuivo i silenzi. Sono andato a cercare lo stesso.

Quello che ho trovato è una linea. Fatta di persone e di strutture, attraversa quarant’anni, cambia nome a ogni decennio, e si può seguire con precisione perché lascia tracce contabili: cataloghi, contratti, spostamenti di musicisti da una formazione all’altra.

Quello che manca è la scena. A Manchester, a Leeds, a Dublino e a Berlino il post-punk ha avuto etichette, locali, stampa e pubblico concentrati nello stesso posto e negli stessi anni. In Italia gli stessi elementi ci sono stati tutti, distribuiti su una geografia lunga e su tre generazioni. Il risultato somiglia più a un filo che a un movimento, e va cercato con strumenti diversi.

Qui la seguo, tappa per tappa.

Due etichette, un corridoio

Il primo strato si forma tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta, e ha due centri.

A Firenze la IRA Records di Alberto Pirelli pubblica Diaframma, Litfiba, Underground Life, Moda. È un catalogo esistenziale e urbano, con radici teatrali e un’estetica che guarda al gotico mediterraneo.

A Bologna la Italian Records di Oderso Rubini nasce nel 1979, subito dopo il concerto Bologna Rock al Palasport, dichiaratamente ispirata alla britannica Rough Trade. Il catalogo è avanguardista e proto-elettronico, figlio del movimento del 1977 e dei primi sintetizzatori: Gaznevada, Confusional Quartet, Neon, Stupid Set.

Su Italian Records esordiscono anche i Kirlian Camera, che di Bologna non sono. Angelo Bergamini li forma a Parma tra il 1979 e il 1980, il primo EP esce nel 1981 e supera le seimila copie, e il gruppo diventa poi il primo italiano a firmare per la Virgin. È il segnale che l’etichetta bolognese pescava lungo l’intero asse emiliano, e che il corridoio funzionava già da bacino.

Nella Bologna di quegli anni agiscono anche gli Skiantos di Freak Antoni, che praticano una decostruzione linguistica e ironica di ogni retorica, compresa quella ribelle. Il loro rapporto con il post-punk riguarda l’attitudine più del suono, e quell’attitudine dissacrante attraversa poi tutta la scena cittadina.


La linea che collega i due strati

Adesso arriva il punto che quasi tutte le ricostruzioni lasciano scoperto, e che secondo me è il cuore di questa storia. Il passaggio dagli anni ottanta agli anni novanta avviene per spostamento di persone, e i nomi sono tre.

Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Ringo De Palma escono dai Litfiba, che sono sul catalogo IRA, e confluiscono nei CCCP – Fedeli alla Linea. De Palma muore il 1° giugno 1990, poco dopo aver inciso la sua ultima traccia. Dai CCCP nascono i C.S.I., con l’ingresso del chitarrista Giorgio Canali. Maroccolo fonda poi con Magnelli il centro di produzione Sonica a Firenze, e nel 1994 quella struttura si fonde con I Dischi del Mulo di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni dando vita al Consorzio Produttori Indipendenti.

Il primo disco in catalogo è Catartica dei Marlene Kuntz.

Quindi il polo fiorentino degli anni ottanta e l’etichetta emiliana degli anni novanta sono collegati da una migrazione di musicisti durata dieci anni. La linea del post-punk italiano, in quel tratto, ha nomi e cognomi.

Gli anni novanta: portare l’attitudine dentro il mercato

La generazione che arriva a metà decennio non suona post-punk in senso stretto. Condivide con esso la stessa idea di fondo, cioè che la musica sia un discorso critico e una ricerca di forma.

I C.S.I. portano un rock colto, politico e tragico fino al primo posto in classifica, il 15 settembre 1997, con Tabula rasa elettrificata. I Massimo Volume di Emidio Clementi, nati a Bologna nel 1991, importano in italiano lo spoken word tra rumore e malinconia urbana. I Marlene Kuntz costruiscono su chitarre sature una nevrosi lirica. La Crus lavora su una decadenza romantica minimale. I Casino Royale nella fase elettronica producono notturni urbani. I primi Subsonica sono wave e metropolitani.

Nello stesso periodo il circuito che li sostiene entra in crisi. La Vox Pop chiude nel 1997, il Consorzio il 29 gennaio 1999. Le carriere proseguono dentro le major, e la questione dell’indipendenza smette di riguardare le etichette per riguardare i singoli.


Gli anni duemila: il ritorno della provincia

Il filo riemerge lontano dalle città.

Nel 1994 nascono a Sassuolo i Julie’s Haircut, il cui esordio del 1999 viene inserito dalla rivista Rumore tra i cinquanta migliori album italiani del decennio. Nicola Caleffi ha spiegato la geografia della cosa senza giri di parole: le band più originali di quell’area arrivano dalla provincia della provincia, perché Sassuolo non è Modena, allo stesso modo in cui i Giardini di Mirò vengono da Cavriago e non da Reggio Emilia. Nel suo racconto il distretto ceramico, ricco e chiuso, funzionò da spinta all’uscita per chi non voleva lavorarci.

Nel 2003 si formano a Reggio Emilia gli Offlaga Disco Pax, con Max Collini ai testi, Daniele Carretti ed Enrico Fontanelli. I testi sono recitati, in una forma vicina allo spoken word, e raccontano un’infanzia di provincia comunista attraverso la toponomastica delle strade. Il nome arriva da un cartello stradale letto nella Bassa Bresciana da Collini, che si era perso andando a un concerto dei Diaframma, e la seconda metà viene dal titolo di una canzone dei Mumble, gruppo situazionista reggiano degli anni ottanta.

Fermati un attimo sul dettaglio dei Diaframma, perché vale più di qualsiasi analisi io possa scrivere. Il ragazzo che nel 2000 guida verso un concerto di una band del catalogo IRA fonderà tre anni dopo il gruppo che quella linea la prosegue. La rotta si tiene così, per incidenti e per passioni personali.

Fontanelli muore il 4 aprile 2014 e il gruppo si scioglie. Collini prosegue con gli Spartiti insieme a Jukka Reverberi, Carretti da solo con il nome Felpa.

Oggi: una costellazione e un collettore

Lo scenario contemporaneo è fatto di progetti sparsi che raccolgono la stessa attitudine.

Qlowski, tra Londra e Bologna, è il più esplicitamente post-punk. Soviet Soviet lavora sulla coldwave. Winter Severity Index su una scrittura raffinata e notturna. I Rev Rev Rev, formati a Modena nel 2011, costruiscono uno shoegaze psichedelico su pedali autocostruiti. E poi Luciano Lamanna, Be Forest, WOW, DAGS!, Eugenia Post Meridiem, oltre agli stessi Julie’s Haircut.

Nota di approfondimento a cura di Fabio Bernardi:

Mi permetto di segnalare i JoyCut (tra l’altro pupilli di Robert Smith) e tutta una pletora di band (a me piacciono molto i This Eternal Decay) che oggi la trasmissione di Elisabetta Laurini su Radio Elettrica fa sentire. Ci sono un sacco di band nuove.

Un contributo che allarga il quadro verso l’area darkwave ed elettronica, e che ricorda quanto le trasmissioni indipendenti curate con attenzione continuino a fare da radar.

Al centro sta un’etichetta. La Maple Death Records viene fondata a Bologna alla fine del 2014 da James Jonathan Clancy, nato a Ottawa e cresciuto tra Canada e Italia, con la prima uscita nel gennaio 2015. La sede è la casetta del custode del Parco della Montagnola, condivisa con altre realtà cittadine. Il catalogo attraversa noise, avant-pop, punk, psichedelia e industrial, con Havah, His Electro Blue Voice, Krano, WOW, Blak Saagan, e ottiene attenzione dalla stampa internazionale.

Clancy è stato direttore artistico di Radio Città del Capo e alla Montagnola organizza SMANIA, un raduno che riunisce una cinquantina di etichette indipendenti italiane in collaborazione con l’ARCI di Bologna. Le sue band hanno suonato al Tora! Tora!, il festival itinerante ideato da Manuel Agnelli e partito da Rimini nel 2001.

Anche l’ultimo anello, quindi, si aggancia al precedente.


Le radio che hanno tenuto la rotta

Accanto a etichette e locali, questa linea è stata tenuta in vita dalla radio.

Negli anni ottanta alcune emittenti fiorentine e bolognesi diffondono le nuove sonorità urbane, spesso con trasmissioni dedicate e collaborazioni con le etichette locali. Negli anni novanta Radio Città del Capo, Radio Popolare, Radio Sherwood e Radio Onda d’Urto continuano a dare spazio ai linguaggi alternativi. Oggi la stessa funzione la svolgono Radio Raheem a Milano, NEU Radio a Bologna, Radio Blackout a Torino e Radio Elettrica, che manda in onda Dark Entries, musica oscura per anime in transito, curata da Elisabetta Laurini.

Io ci sono passato dentro. Ho trasmesso per anni a Radio Play Studio occupandomi esattamente di questi suoni, e Radio Città 103, attraverso le sue mutazioni, ha dato voce alle culture alternative fino ad arrivare a Radio Città Fujiko, con cui oggi collaboro per LNWSI!.

E poi c’è Atlantide, che questi suoni li trasmette e insieme li colloca, li racconta, li tiene in relazione tra loro.

La mappa

Tutto questo è riassunto nella mappa che accompagna l’articolo come immagine in evidenza, ed è il motivo per cui l’ho costruita mentre scrivevo.

Al centro stanno IRA Records e Italian Records. Da lì partono i due rami degli anni ottanta, la migrazione di musicisti che porta ai C.S.I. e al Consorzio, la generazione degli anni novanta e quella dei duemila, fino alla costellazione contemporanea e al nodo della Maple Death. Le linee che vedi segnano passaggi di persone, cataloghi condivisi, città che ricorrono.

Guardala come una carta nautica: serve a sapere dove sei quando ti muovi tra un nome e l’altro.

Che cosa tiene insieme il filo

Quarant’anni di storia raccontano una costante. Le strutture che hanno prodotto questa musica sono state piccole, locali e finanziate da chi le faceva. Italian Records nel 1979, il Consorzio nel 1994, la Maple Death nel 2014 hanno la stessa scala e la stessa logica, e nessuna delle tre ha mai superato il livello locale senza passare da qualcun altro.

La linea del post-punk italiano è questo: una successione di persone che a distanza di dieci o quindici anni ricostruiscono da capo la stessa infrastruttura, perché nel frattempo quella precedente ha chiuso.

I fantasmi della rotta sono le strutture morte. Ogni volta che una chiude lascia in giro le persone che l’avevano fatta funzionare, e quelle ricominciano altrove con un altro nome.

Se ti sei perso qualcosa lungo la strada, tranquillo. Qui non si inseguono mode, si cercano le vene ancora pulsanti del nostro sottosuolo sonoro. Segui i nomi e le trovi. Silenziose, irriducibili, ancora al lavoro.


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1 ha pensato a “Una rotta italiana: alla ricerca del post-punk (e dei suoi fantasmi)”

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