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Tra istinto e ragione…

 

…era una bellissima giornata, calda e piena di sole. Non iniziano così tutte le belle storie?
Ma cosa si può pretendere, dopo tutto 30 anni fa, avevo appena 15 anni e quella giornata era solo all’inizio.

Certo, mi interessavo alla politica come la stragrande maggioranza di noi allora, la mia generazione è cresciuta con la politica in tasca, sempre lì a portata di mano, ed io non facevo eccezione ma ero anche un ragazzino “normale”, innamorato perso di Sonia, una biondina di prima strepitosa che oggi, immagino, sarà una donna bellissima.

Quello era, però il 1977, un anno che ha cambiato la vita a molti, ai tantissimi di noi che lo hanno attraversato e se lo portano ancora dentro. Il ’77, anche se i commenti degli “storici” continuano a vedere solo la “tragica deriva ideologica” che pure c’è stata, non era solo “anni di piombo” ma era soprattutto, uno straordinario nuovo inizio, zeppo di creatività, di forza, di idee, di voglia di vivere, di cambiare il mondo.
Quell’anno e gli anni successivi, avrebbero consegnato a noi una Bologna nuovamente protagonista. Ne eravamo pienamente consapevoli e certo non volevamo restare fuori da quel “rinascimento”. Come poteva essere, quindi, quella giornata se non una bellissima giornata di scuola, calda e piena di sole… e se anche così non fosse stata, io così  la ricordo.

Il Liceo Artistico, nel 1977 se ne stava in via Belle Arti proprio a fianco della Pinacoteca, in piena “cittadella universitaria”; con l’Accademia dividevamo i locali dello stabile, o sarebbe meglio dire che l’Accademia ci prestava parte dei suoi locali. Da una parte noi “ragazzini”, dall’altra i “giovani artisti” che si nutrivano di vernice come scrissero su un murales. Quella mattina ero sù al piano di sopra, nell’aula di architettura, impegnato in quella materia che proprio non mi andava giù.
L’aula di architettura della mia sezione, la “E”, dava su un cortile interno che guardava verso via Centotrecento ma impediva ai rumori della strada di penetrare regalandoci così, una ovattata tranquillità. Quella mattina, poi, all’interno del Liceo nessuno aveva la percezione di cosa stesse accadendo fuori, a pochi metri in linea d’aria da noi, non si sapeva di quell’assemblea di Comunione e Liberazione, dei primi scontri con la polizia e dei successivi proprio li, sotto alle nostre finestre.
Era una bellissima giornata, forse per quel motivo le finestre dell’aula di architettura erano spalancate, per lasciare entrare un po’ tepore primaverile. In classe c’era calma, tranquillità, eravamo ai nostri posti intenti ad armeggiare con rapidograph e righe a “T”; sereni e sorridenti. Strano però perché in classe tutti piangevano.
Non lo ricordo ma sono quasi sicuro che qualche battuta di spirito si fece su quel pianto di gruppo, sicuramente qualcuno avanzò l’ipotesi di un contagio allergico causato dai pioppi e dalla primavera. Nessuno di noi immaginava che quelli non erano pioppi ma lacrimogeni.


Ho sempre avuto gambe molto lunghe, anzi un po’ sproporzionate per la mia altezza, e ho sempre avuto anche un certo fastidio per il “troppo casino”, quello che a Bologna si incontra sotto i portici nelle ore di punta, lenti pedoni che intralciavamo il mio passo svelto. Questo era il banale motivo per il quale camminavo sempre a fianco dei portici, sulla strada, per evitare la folla; anche quel giorno ero a passo veloce in via Zamboni, andavo in Piazza Malpighi dove avrei preso il 42 che mi avrebbe portato a Casalecchio, a casa.

Quel fine mattina, anche se mi appariva uguale a tanti altri, qualcosa di strano lo aveva. In strada non c’era nessuno ma questo era normale a quell’ora, neppure sotto i portici di Via Zamboni, però, non c’era folla e questo era già un po’ meno normale.
Salendo da via Belle Arti verso l’interno di via Zamboni, si passa per la piazzetta Scaravilli che da li a poco sarà magnificamente affrescata con un murales (chissà se c’è ancora…), pochi passi e si passa a fianco dell’ingresso della facoltà di Lettere e Filosofia, non so cosa accadde, ancora oggi non conosco il motivo per il quale qualcosa mi spinse a rientrare precipitosamente sotto il portico. meno di un secondo dopo, proprio lì dove ero un attimo prima, un enorme armadio di ferro si schiantò sul ciottolato della via. Rimasi come di sasso ma non per lo spavento, non perché mi fossi resi conto del pericolo, no. Semplicemente non capivo che cosa stesse succedendo.

Mi guardo intorno, lancio lo sguardo indietro verso via Belle arti e poi mi rivolto ancora… continuo a camminare. Seduta, quasi arrampicata, su quella scomoda corona di pietra che forma la base della colonna del porticato, c’è una ragazza, capelli lunghi castani, piegata in avanti con la testa tra le mani abbandonata in un pianto disperato. Ai suoi piedi, praticamente sdraiato per per terra, un ragazzo tenta inutilmente di consolarla mentre dalle finestre di Lettere e Filosofia continua a venir giù di tutto.
E’ inutile che io provi a capire cosa sta succedendo, ho 15 anni e certe cose proprio non le posso neppure immaginare, mi avvicino a quei ragazzi e chiedo: “che cosa sta succedendo?”.
Mi risponde la ragazza, tra i singhiozzi, con rabbia: “Hanno ammazzato un compagno, hanno ammazzato Francesco!”

Era una bellissima giornata ma il resto non la ricordo più, sono certamente tornato a casa dopo avere raggiunto Piazza Malpighi e lì atteso il 42. Certamente avrò provato ad ascoltare Radio Alice con quella improbabile antenna costruita intorno all’infisso della finestra della mia camera, sicuramente avrò fatto molte altre cose ma, di quel giorno non ricordo altro.
Quello era il ’77, un anno che ha cambiato molte cose e che molti portano ancora dentro.

 

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