lug 25 2012
Shoegaze: A Place To Bury Strangers – Worship (2012)
Ci ho messo un po’ a buttare giù le mie impressioni su questo disco… Perchè? Perchè l’ascolto di “Worship” provoca in me sensazioni contrastanti. E allora credo che ne parlerò su due livelli: uno più obiettivo e razionale, ed uno più personale e istintivo.
Dal primo punto di vista, Worship è sicuramente un buon, anzi, un ottimo album. Sicuramente un album intelligente, che riesce ad intepretare molto bene certe “tendenze” della musica indipendente di questo periodo (e del pubblico che la segue), suonando comunque coerente ed onesto. E oltretutto Oliver Ackermann e i suoi compagni di gruppo riescono anche nell’impresa di non essere troppo ripetitivi (sarebbe potuto accadere molto facilmente), inserendo alcuni elementi nuovi che, nonostante provengano da influenze già note per i seguaci del gruppo, riescono comunque a suonare in un certo modo inaspettati. Ogni suono è studiato, ben bilanciato e mixato alla perfezione (alla perfezione del genere intendo, non alla perfezione del suono in sè); addirittura, dice la band, “tutto è stato registrato da noi, appositamente per questo disco e con strumenti e mezzi creati da noi“.
“Alone” è un’ ottima apertura, ritmo claustrofobico ma serrato e basso plumbeo, ed ecco che all’improvviso compaiono dei (comunque discreti) sprazzi di rumorismo che rimandano in qualche modo all’industrial europeo e agli Einstuerzende Neubauten, la voce è affogata come al solito in un mare di pece, ma è ancora più cupa del solito.
“You are The One“, il primo singolo estratto, introduce elementi di synth pop seminale e minimale (ascoltatela bene e ditemi se a tratti non vi ricorda “Photographic” dei Depeche Mode in versione psicotica) nel consueto tessuto sonoro oscuro. “Mind Control” torna su coordinate sonore più usuali per i nostri, anche se il tutto suona più freddo e meccanico rispetto al passato: ottima song, comunque.
“Worship” e “Fear” aggiungono un pizzico di gothic rock vecchio stile, ma senza esagerare (e soprattutto nella prima, la voce si avvicina davvero molto quella di Jim Reid), mentre “Dissolved” spiazza l’ascoltatore offrendo chitarre eteree classicamente shoegaze (ma un po’ più sintetiche), per poi cambiare improvvisamente e trasformarsi in un pezzo dei primi Cure (quelli più ritmati, alla “Primary” tanto per intenderci).
“Why I Can’t Cry Anymore“ ritorna su alcuni elementi di elettronica minimale, questa volta asserviti ad un impatto più vigoroso. “Revenge” finamente esplode ed incorpora alcuni riff che provengono direttamente dal punk (Sex Pistols su tutti), ma portati all’estrema saturazione. “And I’m Up“ a mio parere è uno dei momenti momenti più deboli del disco, un’incursione in territori garage che francamente trovo non del tutto riuscita.
Per fortuna arriva “Slide” a risollevare le sorti, echi dei Cure più cupi (quelli di Pornography e Disintegration) si alternano ad ondate di chitarre soniche ed abbacinanti, davvero un brano ben riuscito. “Leaving Tomorrow” va a chiudere spingendo nuovamente sull’acceleratore.
Ecco, questa è l’analisi obiettiva. A livello personale, invece, Worship mi lascia addosso una strana sensazione: lo ascolto volentieri, con piacere, ma proprio non riesco a decidere in definitiva quanto mi piaccia. Tutto è al suo posto, i suoni, le atmosfere cupe e claustrofobiche, c’è una ricerca musicale più forte rispetto ai dischi precedenti, c’è anche una maggiore maestria nel dosare e nel miscelare suoni e influenze; eppure non so perchè per ora non riesco ad innamorarmi del tutto. Probabilmente le song sono belle (alcune anche qualcosa in più), ben scritte e ben registrate ma manca quell’ispirazione che rende magica ed unica la successione di 2 accordi semplicissimi, probabilmente manca quella deflagrante imperfezione, quell’accecante rumore bianco che era ben presente nei lavori precedenti (almeno fino a “Exploding Head“) e che ora sembra stranamente “compresso”, tanto che quando finalmente riesce a farsi strada ed esplodere (“Revenge“) sembra in qualche modo snaturato.
Poco sopra ho usato la frase “per ora” di proposito. Magari fra qualche mese arriverò alla conclusione che Worship è un capolavoro, magari no.
Nel frattempo io continuo ad ascoltarlo, perchè comunque ne vale la pena.
Chissà…















